Top

Recensione Anthony B – Higher Meditation (Greensleeves)

febbraio 5, 2007

 

 

 

 
 
Ffrenchie è un produttore francese veterano della scena reggae giamaicana molto attivo con la sua label Maximum Sound ed ha collaborato con Anthony B già in due CDs intitolati ‘Powers of creation’ e ‘Black star’, due dei lavori di Anthony B più improntati verso il ‘roots & culture’. Anche questo ‘Higher meditation’, con i suoi frequenti inneggiamenti a Rastafari, Marcus Garvey ed all’uso mistico e meditativo della cannabis non si differenzia molto da questa impostazione. Dopo una breve intro in cui la voce del Bobo Dread è intrecciata con quella di Selassie, colpisce la traccia che da il titolo al CD per il suo ritmo incalzante e la voce graffiante di Anthony B in gran forma. Per il resto vengono ripresi i classici come ‘Poor Marcus’ dei Mighty Diamonds in ‘Honour to Garvey’ in combination con Natty King e addirittura ‘Waiting in vain’ di Bob Marley in ‘Tired of waiting in vain’ (Anthony ha appena fatto uscire su singolo anche una efficacissima ripresa di ‘Natural mystic’). ‘Higher meditation’ è un ottimo lavoro in cui brucia il fuoco del roots e comunque non sfigurano le poche tracce dancehall come ‘Ease off’, ‘No passa passa’ e la combination con Turbulence ‘Real warriors’.

Pier Tosi

Steela

febbraio 15, 2007

Steela

Avete gia’ letto su questo magazine la recensione di ‘1° livello’, il disco d’esordio dei giovanissimi Steela, salentini dediti a sonorità levigate che vanno ad unire reggae, dub ed elettronica con una tradizione di liriche in italiano (anche se non disdegnano il loro dialetto) e melodie che possono ricordare Africa Unite e Subsonica. Ora ascoltiamo la loro storia dalle parole del cantante Moreno:

D: Come vi siete formati e come avete deciso di suonare reggae?

R: Di suonare reggae l’abbiamo deciso dieci anni fa quando ci chiamavamo ancora Salento Roots Project. L’eta’ media della band era intorno ai 12-13 anni. Abbiamo pensato di metterci insieme per suonare reggae imitando Africa Unite ed altri gruppi reggae. Abbiamo sempre suonato reggae in modo classico sino a tre anni fa quando abbiamo cambiato nome in Steela e ci siamo appassionati anche alla dancehall…

D: Le canzoni di ‘1° livello’ le avete composte in un arco di tempo molto lungo?

R: Il lavoro di composizione di ‘1° livello’ ha impiegato un anno e mezzo. Completate le liriche e le basi è stato tutto molto veloce: abbiamo registrato in studio da Madaski ed abbiamo scelto la Casasonica per fare uscire il disco…

D: Qual’e’ stata l’impronta che vi ha dato in studio Madaski, considerando che ascoltando il disco il suo tocco è abbastanza riconoscibile?

R: Madaski ci ha regalato la parte dub di ‘Mantrica’ ma a livello generale in realtà si è solo limitato a correggere certi nostri eccessi sonori. A dire il vero il 90% del suono dei brani dipende da scelte nostre perché siamo andati al suo studio con delle idee molto precise ed abbiamo registrato tutto nel brevissimo tempo di tre settimane. Le parti elettroniche erano già piu’ o meno state fatte da noi in preproduzione in Salento e su a Luserna abbiamo rifatto le parti vocali, le batterie ed ovviamente il mixaggio fatto da Madaski.

D: Incuriosisce il fatto che voi salentini non abbiate scelto di seguire lo stile dei Sud Sound System…

R: Noi stimiamo moltissimo i Sud Sound System perché giu’ da noi hanno spianato la strada e hanno fatto diventare il dialetto salentino musica, in questi termini gli dobbiamo tantissimo. Quando avevo quattordici anni mi sono trovato anch’io a prendere il microfono che girava alle loro dances…

D: Parlami un po’ in generale di ‘1° livello’…

R: Ogni pezzo di ‘1° livello’ è per me una precisa emozione provata nel periodo in cui lo abbiamo composto. ‘Giostre’ arriva dalla carica accumulata dall’essere stati a Torino a lavorare con Max per ‘Resto in piedi’. Da li ogni minimo imput emotivo dall’esterno ha generato una canzone. Io lo giudico un disco fresco perche’ le mie sensazioni sono state tradotte in musica di getto.

D: Cosa speri che succeda a Steela nei prossimi anni ora che siete arrivati al traguardo del primo disco?

R: L’ambizione mia più grande è vedere un sacco di persone ad un nostro concerto. Noi puntiamo tantissimo sui concerti perche’ crediamo che la dimensione del concerto sia la nostra dimensione migliore, quella in cui trasmettiamo direttamente la nostra musica. Mi interessa anche che i nostri dischi raggiungano il pubblico ma tengo di piu’ alla gente che viene ai concerti. Noi abbiamo comunque gia’ voglia di lavorare al prossimo disco per mostrare una ulteriore crescita che secondo me è arrivata grazie alle esperienze dei concerti. Gia’ il modo in cui suoniamo dal vivo i brani di ‘1° livello’ mi fa percepire una maturazione. Ti devo dire anche che i nostri computers sono pieni di nuovo materiale in vista del secondo disco.

Pier Tosi

Bellissime ristampe della Heartbeat della musica di Studio One

febbraio 19, 2007

studioone1.jpgstudioone5.jpgstudioone4.jpgstudioone3.jpgstudioone2.jpg

JOHN HOLT – CAN’T GET YOU OFF MY MIND
VARIOUS – SIX THE HARD WAY
DELROY WILSON – ORIGINAL EIGHTEEN
ALTON ELLIS – I’M STILL IN LOVE WITH YOU
VERSION DREAD – 18 DUB HITS FROM STUDIO ONE(Heartbeat/Studio One)

 Per i maniaci del reggae l’imponente corpus di più di quarant anni di attività della Studio One e delle altre etichette di Coxsone Dodd rappresenta quasi un parentesi a parte, qualcosa di tematicamente separato dall’attività di tanti altri storici produttori, e questo perché come le mitiche etichette soul statunitensi, Studio One si è più o meno consapevolmente basata su uno stile ed un timbro inconfondibili e sempre abbastanza riconoscibili. Per cercare di spiegare la ‘magia’ Studio One più che usare mille parole basterebbe mettere la puntina su uno qualsiasi dei classici sfrigolanti singoli con l’etichetta bianca e nera: il groove di basso e batteria è caldo e avvolgente nella sua essenzialità ed è arricchito da note sparse di fiati, piano ed organo. In particolare la linea di basso è piena e rotonda e contribuisce in modo fondamentale a dare alla musica quella fragranza di cui stiamo parlando. La statunitense Heartbeat diffonde il catalogo Studio One dal 1983 e ci propone ora una abbuffata di ristampe per riproporre in CD con vari brani in più alcuni loro vinili ormai classici: tre di questi sono dedicati a grandi cantanti e sono fondamentali per capire la loro opera. Delroy Wilson ha iniziato come ‘child star’ con Coxsone nei primi anni sessanta: qualche traccia dell’irruenza dei suoi brani ska è presente in ‘Original eighteen’ il cui piatto forte sono però una serie di autentici classici dell’era del rocksteady come ‘Riding for a fall’, ‘Run run’, ‘Conquer me’ o ‘I don’t know why’, quest’ultima primigenia versione di una serie di rifacimenti che susseguendosi nelle varie epoche arrivano agli anni novanta con il devastante cut di Buju Banton e Wayne Wonder. I classici dello stesso periodo si sprecano anche nelle due raccolte dedicate a Alton Ellis e John Holt, due meravigliosi cantanti il cui contributo a rendere grande Studio One è stato fondamentale. Se devo velocemente citare un brano a testa scelgo ‘Can I change my mind’ per il primo e la prima versione di ‘Change your style’per il secondo. In ‘I’m still in love’ oltre ad Alton troviamo varie tracce della sorella Hortense la cui cover di ‘People make the world go round’ degli Stylistics varrebbe da sola l’acquisto del CD. ‘Six the hard way’ propone tre brani ciascuno per Slim Smith, Termites, Cables, Larry Marshall, Viceroys e Willie Williams ed è particolarmente indicato a chi preferisce una maggiore varietà rispetto ad una compilation monotematica. Il mio preferito tra i cinque è però il dub CD ‘Version dread’: vari ritmi classici dell’etichetta di Brentford Road sono qui proposti nella loro versione ‘dubbata’ in cui però l’intervento al mixer non stravolge più di tanto l’essenza musicale. Da segnalare la presenza di ‘chicche’ notevoli come i dubs di ‘Zion’ di High Charles o ‘Natty don’t go’ di Cornell Campbell.

 Pier Tosi

in rete: http://www.heartbeatreggae.com/

TANYA STEPHENS live – Estragon Bologna – 22 Febbraio 2007

febbraio 23, 2007

tanya1.jpg

Tanya Stephens ha concluso il suo tour italiano all’Estragon di Bologna davanti ad una buona affluenza anche se non sufficiente a riempire l’ampio locale bolognese. L’approccio live di Tanya è molto diretto, senza sfarzosi abiti di scena o ammiccamenti al pubblico. Anche la band composta da batteria, basso, tastiere e due affiatatissime coriste colpisce per l’efficacia e l’essenzialità che mette la cantante nella giusta dimensione. L’inizio del concerto con ‘Handle the ride’ è aperto con una serie di vecchi brani e traccia una sorta di storia di Tanya fino alla svolta degli ultimi due CDs. In questo primo segmento ascoltiamo anche ‘Yu nuh ready fi dis yet’ sul Joyride riddim, ‘Addicition’ sul Bollywood riddim ed il suo cut del Drop Leaf riddim ‘After you’. La nostra curiosità riguarda lo spazio che la nuova signora del reggae darà ai brani del nuovo CD ‘Rebelution’: in realtà Tanya punta più ad intrattenere il pubblico italiano con i brani del precedente ‘Gangsta blues’ e se la memoria non ci inganna saranno solo due le canzoni eseguite dall’ultimo album e cioe’ ‘To the rescue’ e ‘These streets’. Nella seconda parte di uno show forse un po’ troppo breve le atmosfere di ‘Gangsta blues’ comunque la fanno da padrone con magnifiche versioni di tutti i brani migliori su cui svettano ‘Can’t breathe’, ‘What a day’ e ovviamente ‘It’s a pity’ attesa con trepidazione dal pubblico. In conclusione il set di Tanya ci è piaciuto molto: i suoi punti forti sono le sue indubbie doti di performer (bellissima voce carica di soul) e la sua schiettezza. Con qualche colpo di spettacolo in più studiato ad hoc potrebbe far presa anche su un pubblico più vasto e meno specifico. L’unico punto dolente è un po’ la durata: una ventina abbondante di minuti in più avrebbero fatto contenti tutti, vista anche la mancanza in scaletta di tanti bei brani di ‘Rebelution’.

Pier Tosi

I Black Uhuru nelle parole di Duckie Simpson

febbraio 23, 2007

hbea18_cover.jpg

In questo weekend i gloriosi Black Uhuru sono in Italia per la seconda volta dopo la reunion che ha visto Michael Rose tornare nella band che lo ha reso famoso al fianco dell’unico membro originale rimasto Duckie Simpson. Ad accompagnare Black Uhuru l’ottima band roots inglese Ras Ites. Le possibilità di vederli sono tre: stasera al CSOA Fucine Controvento a Marghera (Venezia), domani allo Spazio Boario a Roma e domenica al Vibra di Modena.
Vi riportiamo alcune note sparse sulla storia di Black Uhuru raccolte direttamente dalla voce di Duckie Simpson prima del loro concerto al Rototom Sunsplash 2001 quattro anni prima del ricongiungimento con Michael Rose:

‘Io sono l’unico membro fondatore rimasto dalla nascita del gruppo. Abbiamo iniziato io, Don Carlos e Garth Dennis, poi siamo diventati io, Michael Rose e Puma, poi io Puma e Junior Reid, poi io Junior ed Olafunke e poi siamo tornati i tre originari con Garth e Don. Ora siamo io e Andrew Bees. Sin dall’inizio il nostro era lo stile era quello della nostra zona e cioe’ Waterhouse ed un elemento fondamentale nello sviluppo del nostro suono è stato il fatto di lavorare con Sly & Robbie. Il miglior periodo della band è stato quello con la Island dal 1979 al 1984 ma è stato anche un periodo molto pesante per i carichi di lavoro, tutti quei dischi ed i tours mondiali ed il prezzo da pagare è stata la separazione con Michael… il gruppo doveva continuare e quindi è arrivato Junior…Io conosco Sly da un sacco di tempo perche’ anche lui viene da Waterhouse: c’era un periodo in cui registravamo con Dennis Brown e Jammys ma incontravamo Sly quasi tutti i giorni ed alla fine siamo passati alla Taxi, la label di Sly & Robbie…la prima canzone registrata con loro e’ stata ‘Sun is shining’, una cover di Bob Marley. Avevamo fatto anche un’altra canzone di Marley, ‘Natural mystic’ in ‘Love crisis’, l’album fatto con Jammys…quel disco ha tre nomi diversi, ‘Love crisis’, ‘Black sounds of freedom’ e ‘Original Uhuru’….Negli anni settanta volevamo descrivere la violenza della situazione in Giamaica con le nostre canzoni come molti altri cantanti o gruppi di quel periodo…io e Michael scrivevamo le canzoni, Michael cantava da solista ed io lo accompagnavo…’

Pier Tosi

Pagina/page 1 di/of 212

Bottom