Il ritorno dei BlueBeaters
novembre 11, 2007
Non sapere chi sono è matematicamente impossibile. I BlueBeaters stanno al suono in levare italiano come lo ska sta al reggae, la proporzione è proprio questa. La band capitanata da Giuliano Palma nasce dall’incrocio tra musicisti degli Africa Unite e i Casino Royale. Dopo diversi cambi di line-up, due dischi registrati in studio ed uno dal vivo, sono tornati con un nuovo album. Mentre i loro tour prosegue, i chiacchierati e amatissimi B.B. hanno trovato il tempo di parlarci un po’ della loro musica. E hanno detto la sincera verità…
Avete intitolato il novo album “Boogaloo”, la premessa è quindi un’innovazione stilistica?
In realtà il genere è sempre quello. Solo che il boogaloo, ovvero un misto di generi portato dai neri portoricani a New York, mischia anche il rhythm & blues e il rock&roll al mambo e al calipso, inventandosi una soluzione ritmica meticcia, come quella dello ska, ma ancora più colorita.
Noi abbiamo un approccio che resta legato alla musica giamaicana, ma adesso ci abbiamo aggiunto anche un’altra prospettiva, mischiandoci ancora qualcos’altro. I pezzi sono comunque arrangiati alla nostra maniera, la base è sempre ska e rocksteady, anzi il loro lato più nostalgico: il bluebeat.
Come è stato concepito il disco?
Abbiamo iniziato a pensare al disco subito dopo il tour. A gennaio ci siamo presi una pausa dai palchi, quindi abbiamo deciso di chiuderci in studio per preparare i nuovi brani. Siamo partiti con dei provini, con calma, con un po’più di tempo rispetto al solito; in genere i nostri pezzi nascevano direttamente sul palco, per “The Album” e “Long Playing” è stato così. Questa volta la preparazione è stata più lunga. Abbiamo avuto un bel po’ di tempo in più per pensare a come rapportarci ai brani che sono entrati a far parte del nostro repertorio. In realtà, poi, sia le cose fatte di fretta che quelle registrate con più preparazione, come è successo per il nuovo disco, si assomigliano, nel senso che la nostra attitudine musicale è sempre quella. Naturalmente questa volta il fonico ha potuto lavorarci meglio, ha avuto un ruolo meno marginale, come la produzione del resto, a cui si sono dedicati Giuliano e Fabio. Il nostro suono adesso è ancora meno grezzo, più pop. Possiamo definire “Boogaloo” un disco più radiofonico dei precedenti.
È corretto definire i BlueBeaters la più nota cover-band italiana?
In effetti siamo una cover band. Ma c’è una differenza rispetto a quelle che girano nei locali italiani: noi non ci limitiamo a riprodurre le canzoni, noi le stravolgiamo, le portiamo indietro di vent’anni, aggiustandole con il nostro arrangiamento. Attingiamo a piene mani dal repertorio appartenente agli anni ‘80 e ‘90, ne sconvolgiamo l’arrangiamento e magari lo facciamo anche con pezzi dei decenni precedenti. Rispetto ai classici del reggae e dello ska, invece, restiamo in po’ più ancorati al loro stile originale, che abbiamo fatto anche nostro. La definizione di cover band è azzeccata, perché in effetti suoniamo pezzi di altri, però non c’entra molto con lo spirito con cui li rimettiamo in piedi; ad esempio in questo disco prendiamo in prestito dei successi degli anni ’80 e li portiamo indietro nel tempo, fino ai bassifondi portoricani di New York degli anni ‘60. Facciamo cover, ma con uno stile personale ed un approccio diverso. Ridiamo vita a pezzi impolverati, che magari la gente tende a gettare nel dimenticatoio, per di più dandogli un’identità diversa, personale e quindi anche nostra.
Stefano Cuzzocrea
Africa Unite e dintorni
novembre 13, 2007
Ogni stop è solo un altro start. Gli Africa Unite hanno appena concluso l’ennesimo tour, dopo quasi due anni di concerti in giro per la penisola e non solo. Ma le novità della reggae band più longeva d’Italia non finiscono mai. Alcuni membri della band sono già in procinto di pubblica un altro disco. Si tratta di un side-project sperimentale, che richiama la saga dub culminata nelle ultime due produzioni del gruppo. Dietro ai controlli c’è sempre Madaski. Lo abbiamo incontrato per saperne un po’ di più…
Seguendo tutto il tour di “Controlli” si percepisce che avete nuotato un po’come i gamberi: la componente elettronica è sempre meno preponderante all’interno dei concerti , riducendosi di volta in volta; è una questione di equilibrio all’interno degli Africa o di rapporto con il pubblico?
È una questione di equilibrio all’interno degli Africa, perchè comunque Bunna non si sente mai completamente a suo agio all’interno di certe trame elettroniche. Del resto, siamo un gruppo che ha così tanti pezzi da proporre dal vivo per cui è necessario, comunque, fare delle scelte. Così, tolto il periodo immediatamente successivo all’album, in cui si fa la promozione pura delle nuove canzoni, si torna poi a proporre l’intero repertorio degli Africa. Penso che sia una scelta giusta, perchè chi viene ad ascoltare gli Africa, giustamente, vuole ascoltare le canzoni che ne hanno fatto la storia; noi non facciamo tante concessioni al pubblico, seguiamo comunque le nostre linee, però magari io faccio più concessioni a Bunna per quell’equilibrio dicotomico su cui abbiamo basato il suono degli Africa Unite. Bunna incarna una coscienza più roots reggae ed io invece sono la componente volta a spaziare. Poi adesso c’è il terzo fattore: Paolo, lui personifica concettualmente entrambe le sfaccettature sonore della band: ha un amore sviscerato per il reggae, però nutre una forte passione per il dub. Del resto “Controlli” è nato proprio così.
La saga dell’album sembra inarrestabile: avete affidato quattro strumentali tratte dall’album a diverse realtà del reggae e ne è uscito fuori un disco intitolato “4 Riddim 4 unity…
Oltre che un disco è una specie di vetrina. “4 riddim 4 unity” è un tributo alla scena reggae italiana e si colora poi di alcuni ospiti stranieri; è un nuovo modo di fare musica, cioè mettersi al servizio di tante altre realtà, alcune ci hanno già accompagnato fino a qui, altre invece sono esperienze più recenti, più giovani, ma comunque interessanti, che portano avanti il discorso del reggae in Italia e lo fanno anche fuori dai confini. Abbiamo scelto di includere ospiti internazionali, che magari hanno meno bisogno di essere presentati, ma anche tanti autori, tipo Giallo, sconosciuti ai più ,ma meritevoli di essere inclusi in un progetto come “4 riddim 4 unity”; una scelta che significa lasciare che il reggae italiano abbia un futuro e cercare quindi di incentivare ciò che sarà…
Ascoltando l’album dei B.R. Styler e “Controlli” si percepiscono delle similitudini che premiano la presenza di Paolo Baldini e il suo inconfondibile apporto in fase di produzione…
È stata una scelta molto conscia ed in parte anche una scommessa. Paolo è una parte ormai fondamentale del suono degli Africa Unite in questo momento, come lo è nel suono dei B.R. Styler e come lo sarà anche in futuro per le dinamiche che stanno dando vita al nostro nuovo progetto: The Dub Sync: un terzetto di cui faccio parte io assieme a Papa Nico e Paolo e in cui stiamo tirando fuori il lato più radicale ed elettrificato del nostro approccio alla musica, che non c’è concesso sviscerare troppo all’interno degli Africa Unite. Si tratta di una divagazione incentrata sul dub e sulle sue capacità di contaminazione elettronica, fatta di techno, noise, dub-step e chi più ne ha più metta.
Qusto side project prima si chiamava Dub Alchimy…
The Dub Alchimy non si chiama più così perchè Lele Gaudì, un musicista italiano che adesso vive in Inghilterra da un po’, ha un progetto che porta lo stesso nome; mi ha mandato un’ email e mi ha avvisato della nostra omonimia. Io non lo sapevo, ma il nostro side project era all’inizio, quindi non c’è costato niente ribattezzarci The Dub Sync: il sincronismo del dub. Per il momento abbiamo tre pezzi, che richiamano l’equilibrio tra la contemporaneità e il futuro. Abbiamo tenuto già 25/ 30 concerti, tutti al nord, ad eccezione di una puntatina in Sardegna, sondando il suono, e comprendendo che l’attitudine del progetto è proprio quella dell’esibizione dal vivo; è molto coinvolgente, sia per noi che per il pubblico. La trama è incentrata sul dub, quindi i brani hanno un approccio prevalentemente strumentale, ma i pezzi saranno cantati, tra gli altri, da Bunna, da Patrick, dalla vocalist dei B.R.Styler e da qualcun altro che sveleremo strada facendo. Dal vivo le parti cantate verranno suonate dalle macchine, messe in sequenza ed elaborate in tempo reale, perchè per lo spettacolo la formazione è rigorosa: mixer e basso. Ma l’assetto per le performance comunque varierà da un concerto all’altro, nel caso in cui ci siano degli ospiti tra i cantanti che gravitano intorno alla formazione; non disdegniamo assolutamente una struttura più aperta del semplice trio. Anche in studio, del resto, stiamo pensando a molti altri featuring; per il momento intendiamo ultimare la parte prettamente strumentale. Il disco uscirà in autunno per la Venus e sarà distribuito attraverso il canale Universal, per via di un contratto che prevede le stesse strutture anche per le produzioni degli Africa Unite. Torniamo quindi Universal, ma solo rispetto alla distribuzione, con la possibilità di produrre e di avere una piccola etichetta che comunque funziona a uso e consumo degli Africa Unite e dei nostri progetti paralleli.
Stefano Cuzzocrea





