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Maikal X – Genesis (Rock ‘N Vibes)

agosto 3, 2010

Dopo l’accettazione generale di Gentleman in Giamaica e la internazionalizzazione della scena reggae giamaicana ci sono ormai svariati artisti europei in grado di mantenere standards qualitativi piuttosto alti con lo sguardo rivolto agli stili del reggae giamaicano odierno. Maikal X è olandese di sangue caraibico (suo padre è della Guyana e sua madre di Curacao) ed ha militato per vari anni nel gruppo hip hop più popolare del suo paese, The Postmen.

Lasciato questo gruppo nel 2004 ha intrapreso la carriera di cantante reggae accasandosi nella stessa etichetta di Ziggi, la Rock ‘N Vibes. Dopo aver pubblicato vari singoli questo ‘Genesis’ è il suo debutto su CD veramente coi fiocchi: l’ottima ‘The best in you’ in apertura mostra la forza espressiva di questo cantante mentre anche come traccia finale si è scelta una canzone importante e cioè ‘The warning’. In entrambi i casi siamo alle prese con due esempi di bel reggae moderno con accordi in minore ed una ottima prestazione vocale.

Il cantante solista di Morgan Heritage Peter è il primo ospite in ‘We know why’, un deciso guizzo new roots con le due voci in grande equilibrio. A tratti è avvertibile nella voce di Maikal l’influenza di Luciano e The Messenger in persona fornisce una preziosa apparizione in duetto con l’olandese in ‘Give thanks’, traccia roots vitale arricchita dal sax di Dean Fraser. All’ultimo ospite, la giovane cantante giamaicana Irie Love, è dedicato un duetto che figura come uno dei brani più dinamici di ‘Genesis’.

Le esperienze giamaicane hanno portato Mykal X alla corte di Don Corleon e non poteva quindi mancare ‘Bear with me’ prodotta dal talentuoso giamaicano sul suo Changes riddim. L’ispirazione ed il talento di Mykal si dispiegano tra canzoni d’amore come la ballata ‘Darlin’ o la grande energia di ‘Here she comes’, vigorose roots tunes come ‘Born to die’ o reality tunes di classe come ‘Today becomes tomorrow’. La produzione di Berteaud ‘Mr. Rude’ Fleming è assolutamente all’altezza e mette in evidenza le grandi doti di un artista di cui ssperiamo di sentire parlare parecchio nei prossimi anni.

Pier Tosi

Romain Virgo – Romain Virgo (VP)

luglio 29, 2010

A soli venti anni Romain Virgo è uno dei maggiori talenti emergenti in Giamaica: a diciassette anni nel 2007 aveva vinto in patria il contest televisivo Digicell Rising Stars, una sorta di versione giamaicana di X-Factor. Oltre a questa esposizione mediatica Romain ha registrato vari singoli quasi tutti per la Penthouse di Donovan Germain, il più importante dei quali, ‘Me caan sleep’, è stato un buon hit un po’ ovunque ed è giustamente la prima traccia di questo CD.

Se non l’avete mai sentito, Romain è un cantante di note con una voce molto fresca con qualcosa che può ricordare Sanchez, una buona estensione vocale ed a giudicare dalle quindici canzoni qui presenti anche buone doti di autore. Germain è produttore di dieci delle quindici tracce mentre le restanti tracce sono prodotte da Darwin ed Omar Brown, Dayan Foster e Shane Brown. Romain non è quello che si può definire un artista ‘conscious’ anche se ha un ottimo talento come scrittore di ‘reality lyrics’: ‘Mi caan sleep’ per esempio vede la sua atmosfera gioiosa contrastare con il tema della violenza nelle strade ed i colpi di pistola che ti tengono sveglio la notte a Kingston.

Lo stesso argomento è trattato nella potente ‘Murderer’ in cui si invoca l’intervento divino contro i malvagi. Romain va alla grande anche nelle love song: ‘Love doctor’ riprende il ritmo di ‘Lioness on the rise’ di Queen Ifrica con effetti notevoli e quel tocco di impertinenza che non guasta, ‘Dark skin girl’ è un dolcissimo omaggio alle donne nere giamaicane e probabilmente avrà procurato a questo ragazzo molti consensi. L’amara ‘As the money done’ racconta di ragazze più interessate al conto in banca che a particolari doti amatorie o affettive mentre la nostra preferita ‘Wanna go home’ ha un incedere da reggae anni settanta ed un ritornello irresistibile sulla nostalgia della persona amata.

L’unico contributo di Shane Brown di ‘Live mi life’ ricorda molto ’54-46’ di Toots & Maytals ed ancora una volta vede Romain alla grande in una prestazione vocale maiuscola. La toccante ‘Who feels it knows it’ ha come efficacissima ospite Etana mentre la ballatona finale ‘I’m doing good’ vede Cameal Davis affiancarsi a Romain. Nell’insieme il CD è freschissimo e molto adatto all’estate che stiamo vivendo: questo debutto era assai atteso e ci sembra che questo giovanissimo talento lo abbia messo a frutto nel migliore dei modi.

Pier Tosi

Luciano – United States Of Africa (VP)

luglio 28, 2010

Attivo dai primi anni ottanta Luciano è già un veterano della storia del reggae recente e la sua musica è la quintessenza di ciò che viene definito ‘new roots’ e cioè la rielaborazione contemporanea del glorioso roots reggae degli anni settanta. Tra i vari produttori che operano in Giamaica il francese Frenchie si è spesso messo in luce con pagine straordinarie di roots music, per esempio con vari lavori di lunga durata di Anthony B che brillano di luce propria all’interno della sua discografia.

L’incontro dei due quindi non poteva che generare grande musica e ‘United States of Africa’ è assolutamente all’altezza delle aspettative: in quindici tracce Luciano e Frenchie volano piuttosto alto in termini ispirativi con un livello medio piuttosto alto e qualche giocata memorabile usando ritmi originali con il tocco speciale del francese o citando pagine gloriose del passato. Cominciamo dai vertici del disco: ‘Footstool’ e ‘I will follow’ sono solenni e maestose e reggono il confronto con le migliori pagine ‘conscious’ di sempre di Luciano, ‘Moving on’ vede The Messenjah alla grande in un do-over sul ritmo originale di ‘Your smiling face’ dei Paragons mentre una simile operazione in ‘Hosanna’ riporta alla luce la versione flying cymbals di ‘Creation rebel’ di Burning Spear realizzata da Johnny Clarke alla corte di Bunny Lee.

Il titolo sottolinea il sogno panafricano di un artista che ha fatto forse più riferimenti al retaggio culturale africano negli ultimi anni più di ogni altro in Giamaica: le liriche della title track, di ‘Unite Africa’ e di ‘Nubian queen’ (quest’ultima un omaggio alle donne africane) parlano in questo senso molto chiaro. ‘Invasion’ è roots profondissimo e riecheggia un classico di Ernest Wilson a Channel One mentre ‘A no like we no like them’ è il noto e datato (ma sempre ottimo) cut di Luciano del World Jam riddim. Lo spirito di Bob Marley e della sua ‘Zion train’ guida ‘Another terrorist attack’ con il prezioso apporto di Fantan Mojah e chiude un grande CD senza alcuna caduta di tono. Menzione speciale per Duane Stephenson che fornisce qui ottimi apporti come autore attendendo la pubblicazione del suo secondo CD.

Pier Tosi

The Roof – Shakemundoshake (Altipiani)

luglio 19, 2010

Sono passati sei anni da ‘Sottoeffetto’, il primo lavoro di lunga durata di The Roof, band che aveva iniziato l’attività nel 1999 con il nome di Roof Ambassadors: quel disco influenzato dall’elettronica, dal dub e dal drum & bass era stato uno dei lavori più interessanti del reggae italiano del 2004.

Uscito lo scorso maggio questo ‘Shakemundoshake’ muta di parecchio i paesaggi sonori di The Roof: un giro di piano ‘salsero’ apre il CD con ‘Que viva Mexico’, avventura latinoamericana incalzata da un ritmo ska leggero e veloce e testo molto evocativo. L’elettronica è messa da parte in ‘Shakemundoshake’ ed il suono è live con il classico ‘frap’ della chitarra ritmica a dar manforte alla batteria nel trascinare gli altri strumenti in un clima di grande equilibrio. Il ritmo resta leggero in ‘Guma nel mare’ con il reggae che parla dei saveiros cari a Jorge Amado e nel finale si tinge di Afro-Brasil.

‘Scusa’ è una ballata delicata e sognante dal ritmo bluebeat ed accordi che ricordano lo swing anni quaranta. Le atmosfere restano delicate e sognanti in ‘Lega’ mentre ‘La sconfitta’ e ‘A casa mia’ sono due brani più tradizionalmente reggae nel ritmo e nella struttura giocata su accordi in minore. Il vivace ska di ‘Infiniti borderline’ e la reminiscenza drun & bass di ‘Mentre’ vanno a completare il lotto degli otto brani nuovi : ‘Shakemundoshake’ è poi completato dalla dub version di ‘La sconfitta’ ad opera di Dubfadah di LDM Sound System e da quattro tracce live che testimoniano il concerto che The Roof hanno tenuto a Pechino alla fine del 2009.

In ‘Shakemundoshake’ i ritmi in levare sono un mezzo per esprimere una sensiblità molto particolare, l’ebbrezza di sentirsi musicalmente nomadi e viaggiare anche per imparare a conoscersi meglio dal punto di vista interiore ed avere il coraggio e la responsabilità delle proprie scelte quando il viaggio ti porta agli incroci più importanti. Chi ama la musica in levare che incorpora suggestioni da altre culture musicali sarà sicuramente affascinato da questo lavoro che segna un eccellente ritorno in un anno un po’ avaro di sorprese.

Pier Tosi

Nas/Damian Marley – Distant Relatives (Universal Republic/Def Jam)

luglio 1, 2010

C’era molta attesa per questo lavoro di lunga durata dell’accoppiata Nas/Damian Marley. Con i suoi due albums precedenti ‘Half way tree’ e ‘Welcome to Jamrock’ Damian ha offerto grandi spunti alla scena reggae grazie alla sua abilità di autore, la capacità di rinnovare legittimamente la tradizione giamaicana attraverso l’attualità dell’urban black music e una grande dimestichezza con il mescolare generi differenti.

‘Road to Zion’, episodio importante all’interno di ‘Welcome to Jamrock’ aveva visto il figlio del grande Bob collaborare con ottimi esiti con il rapper statunitense Nas e l’annuncio del loro lavoro nuovamente insieme era visto un po’ come il continuum ideale di quell’esperienza. Il concept di ‘Distant relatives’ è da ricercare nelle radici africane comuni sia per la musica giamaicana che per l’hip hop: anche le liriche si rivolgono spesso all’Africa come culla dell’umanità nell’ardente speranza di una rinascita di questo continente dalle profonde ferite.

Si parte per esempio con un tributo in stile hip hop ad un re della musica africana che solo da poco ha la fama che merita: il ritmo r&b dall’Etiopia degli anni sessanta di ‘My own memories’ del padre dell’ethio-jazz Mulatu Astatke è la base di ‘As we enter’, il singolo di lancio del CD dove i ‘flows’ dancehall e hip hop dei due protagonisti si rincorrono in un clima di grande ballabilità. ‘Tribal war’ ha un’atmosfera moriconiana con un ritmo quasi dancehall a sospingere un intreccio di archi veri e sintetici che danno un’atmosfera solenne: come il titolo può suggerire, l’hook cita il roots anthem di Little Roy e le parti vocali di Nas e Damian sono incisive ed impeccabili. In questa traccia ed nella conclusiva ‘Africa must wake up’ il legame con l’Africa è garantito dalla presenza dell’MC somalo K’naan che a suo tempo accompagnò molte date del tour mondiale di ‘Jamrock’ come support act e che in termini stilistici è molto affine a Damian.

La marziale ‘Strong will continue’ fa riferimento al biblico armagideon e richiama anche se su atmosfere più rilassate molte espressioni di dolore e frustrazione della recentissima ‘ghetto music’ giamaicana. Si prosegue in stile militante con ‘Leaders’ in cui ritroviamo Stephen Marley nella doppia veste di vocalist e di produttore: questa lento tributo ai martiri della nazione africana è di sicuro uno dei vertici di ‘Distant relatives’. L’Africa torna in primo piano in ‘Friends’ e nel suo ritmo sorretto da una chitarra sognante e da cori assai evocativi: fino a questo momento il ‘mood’ generale è piuttosto teso con grande utilizzo di accordi in minore ma tutto cambia con ‘Count your blessings’, un orecchiabile numero pop che sorprende abbastanza chi conosce bene la discografia di Damian mentre l’atmosfera torna tesa in ‘Dispear’, un altro toccante tributo ad antichi e moderni re, statisti e condottieri africani.

Il roots reggae arriva potentemente alla ribalta con ‘Land of promise’, una rilettura abbastanza calligrafica di ‘Promised land’ di Dennis Brown con la presenza della voce del principe del reggae a garantire una combination virtuale da brivido. Dennis registrò la famosa traccia per gli Aswad nei primi anni ottanta con ancora nel cuore l’emozione del suo primo viaggio in Etiopia e questo è l’ennesimo riferimento spirituale all’Africa. La traccia è un po’ la ‘Welcome to Jamrock’ di ‘Distant relatives’ con l’originale lasciato inalterato a parte qualche spinta ritmica in più e superlative prestazioni vocali sia di Damian che di Nas. Al di la dello slancio emotivo provocato dalla presenza dell’immenso Dennis avremmo forse gradito ascoltare Nas e Damian su qualche ritmo reggae originale e non una ripresa piuttosto fedele che francamente non appare come il massimo di originalità.

Mancano le ultime cinque tracce: ‘In his own word’, ancora con Stephen è una ballata dolcissima con sprazzi di hip hop puro grazie a Nas mentre Damian rima potentissimo in ‘Nah mean’ in un ottimo equilibrio tra ‘original dancehall’ e radici sonore del rap. Il beat rallenta e l’atmosfera si fa notturna per ‘Patience’ con un campionamento ‘afro’ dai maliani Amadou & Mariam citati anche come autori. Con la sua carica gospel garantita dalla voce ammaliante della giovane ‘soul diva’ bianca Joss Stone ‘My generation’ è un’autentica canzone di redenzione e ricorda il ‘southern hip hop’ degli Arrested Development: la festa è rafforzata dalla significativa presenza di Lil’ Wayne mentre il finale è tutto per il versante afro-americano con il sublime ballatone soul ‘Africa must wake up’ con ancora K’naan in azione ed incedere ed accordi a citare più o meno consciamente ‘We the people’ del grande Curtis Mayfield. Siamo arrivati alla fine di un lungo ascolto e di una lunga recensione: chi cerca l’ortodossia roots o dancehall (e forse anche hip hop) sarà comunque disorientato da un disco che si muove in modo assai vitale verso molte direzioni allo stesso tempo e rilancia in qualche modo in un’epoca in cui tutto sembra stato già detto in termini musicali una nuova esperienza culturale afroamericana in un momento in cui se ne sente veramente il bisogno.

Pier Tosi

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