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Queen Ifrica

agosto 5, 2010

(Queen Ifrica al Sunsplash: foto Luca Sgamellotti)

Con il suo stile conscious e la sua versatilità che la fa passare da dolci melodie a super-energetiche prestazioni da deejay Queen Ifrica è senz’altro una delle nostre artiste preferite: non è più giovanissima e sta raccogliendo i frutti del suo talento. Dopo il debutto in CD con ‘Fyah muma’ uscito solamente sul mercato giamaicano la VP ha pubblicato lo scorso anno il magnifico ‘Montego Bay’, uno dei CD migliori del 2009. Ifrica tornerà con il suo mentore Tony Rebel al Rototom Sunsplash nella sua prima edizione spagnola. In questa intervista esclusiva ci racconta la sua vita e la sua ispirazione:

D: Hai chiamato il tuo CD ‘Montego Bay’: è quella la tua città di provenienza?

R: Si, sono cresciuta a Montego Bay ed è la città dove ho sviluppato la mia fede Rasta. Ho pensato fosse giusto pagare tributo alle mie origini.

D: Sappiamo che Montego Bay è più legata alla tradizione turistica che non alla scena giamaicana che è perloppiù legata a Kingston: ci sono a Mobay dei sounds o dei concerti dal vivo?

R: Ovviamente c’è il Reggae Sumfest, il grande festival dei big ma la scena locale non è abbastanza sviluppata…Voglio dirti che la popolazione di Mobay non ha quasi nessun beneficio dal turismo dei grossi alberghi e questo è l’argomento della mia canzone ‘Montego Bay’. A poche decine di metri da questi lussuosissimi resorts ci sono comunità molto povere…Bisognerebbe che anche loro beneficiassero del turismo della città…

D: Come hai preso coscienza di Rastafari? Sei cresciuta in un ambiente Rasta?

R: Sono stata introdotta a Rastafari all’età di nove anni da mia madre quando sono andata a vivere con lei a Montego Bay. Da quell’età ho vissuto in una comunità molto legata a Rastafari quindi i primi contatti con questa mistica risalgono a quel periodo.

D: E come sei stata coinvolta dalla musica?

R: Sicuramente il fatto che mio padre sia il leggendario artista ska Derrick Morgan ha giocato una parte importante ma devo dirti di avere sempre cantato e di avere sempre vissuto in mezzo alla musica ma ho iniziato a farlo professionalmente dopo aver incontrato Tony Rebel nel 1998 ad un concerto a Mobay…

D: Quali sono le tue principali influenze ?

R: La mia principale influenza è sicuramente quella di Garnett Silk perché ho sempre amato il suo modo di cantare. Un’altra influenza importante è quella di Tony Rebel a cui devo molto perché mi ha introdotto nell’industria musicale. E’ stato quasi inevitabile diventare un’artista in campo musicale visto l’enorme stimolo che mi ha dato la figura di Garnett Silk ed il suo modo di esprimersi.

D: L’hai mai conosciuto?

R: No, ho visto molti suoi shows ed ero ancora molto giovane ma non l’ho mai realmente conosciuto ed incontrato…

D: Sei famosa per avere composto canzoni su temi importanti e controversi: da dove deriva la tua ispirazione in questo senso?

R: La mia ispirazione viene interamente dalla realtà che ho attorno, specialmente la realtà in Giamaica dove vivo. Io credo che la musica dovrebbe essere la voce di chi non ha voce, il talento è un dono che hai dall’Onnipotente ed il tuo dovere è usarlo al meglio. Credo di essere una lavoratrice sociale per mezzo della mia musica. Cerco di vedere i problemi non solo dal mio punto di vista ma da quello della gente comune che cerca soluzione a questi problemi. Magari c’è gente che non ama il fatto che qualcuno scriva canzoni su alcuni problemi ma l’apprezzamento che ho giorno per giorno mi suggerisce che sto mettendo a frutto il mio talento in modo giusto.

D: Hai avuto un grande successo con ‘Daddy’, una bellissima canzone ed un modo molto poetico di parlare della violenza sessuale che avviene tra le mura di casa…Hai cantato in prima persona ma chi ti ha suggerito la storia? L’esperienza di qualcuno che conosci?…

R: ‘Daddy’ è il risultato di alcune attività benefiche a cui ci dedichiamo da anni io e Tony Rebel e cioè visitare case di assistenza per ragazze o ragazzi abbandonati o centri per bambini abbandonati. Ovunque andavo mi rendevo conto che l’incesto era uno dei motivi che avevano portato le ragazze che incontravo a quella condizione. Alcune di loro erano incinte ed erano state messe incinte dai loro padri. Una istituzione in particolare ospita bambini e ragazzi provenienti da famiglie della media e alta borghesia che subiscono delle violenze, per esempio figli di poliziotti o giudici: l’ospitalità avviene mentre i casi di violenza sono dibattuti in tribunale. Questo per dire che l’incesto è sempre stato un tabu ma queste violenze avvengono anche in famiglie della classe media anche se in questo caso c’è un alone di ipocrisia che ricopre la situazione. Ho pensato anche a questi casi nello scrivere ‘Daddy’ perché l’incesto non avviene soltanto tra i poveri come frutto di una situazione di degrado ed ignoranza…ho cercato un approccio il più sincero possibile…

D: Qual è la reazione o il commento a ‘Daddy’ che ti ricordi maggiormente?

R: Ho avuto molti commenti assai toccanti…tra l’altro ‘Daddy’ era stata bandita dalle radio in Giamaica. Molti deejay radiofonici mi hanno detto che dopo aver suonato la canzone sono stati ripresi dai loro managers. La canzone traccia un ritratto di vittime e carnefici: le vittime vengono esposte ma anche i carnefici vengono messi faccia a faccia con il loro crimine. Alcuni padri che avevano commesso incesto sono venuti a incontrarmi per chiedere a me come avrebbero dovuto rimediare a quello che avevano fatto…
La cosa più toccante però sono i baci e gli abbracci delle tante vittime di incesto che sono venuti da me dicendo ‘Grazie di averne parlato, ci siamo sempre chiesti chi avrebbe parlato di quello che ci è successo…’ Avevo idea che l’incesto fosse un problema serio ma rapportarmi di queste persone mi ha fatto capire che è veramente un problema di enormi proporzioni.

D: Un’altra tua canzone molto toccante, ‘Randy’, parla di persone innocenti uccise nelle strade in Giamaica…

R: Anche con ‘Randy’ la mia volontà era provocare delle reazioni contrastanti: tutto parte dal livello malsano della politica in Giamaica…’Randy’ è l’esperienza tragica delle donne che perdono mariti o figli a causa della violenza nelle comunità povere in Giamaica. Anche in questo caso ho ricevuto molti ringraziamenti per come avevo ritratto la situazione attraverso la canzone anche se non parla direttamente di me, l’importante è ritrarre questo dramma nel vero modo in cui accade per aiutare la gente a trovare una soluzione…nelle mie canzoni parlo di un problema ma cerco sempre di intravedere una soluzione o di suggerirla a chi ascolta.

D: Parliamo del tuo stile vocale: puoi cantare in modo molto dolce ed allo stesso tempo essere molto graffiante come deejay..come hai sviluppato queste tue due facce?

R: Io ho sempre cantato e quando ho incontrato Tony Rebel è successo perché ero una cantante. In seguito sono diventata anche deejay quasi per caso: ho fatto una canzone con Lady G…quando Tony Rebel ha fatto ‘Just friends’ con Swade io e Lady G abbiamo fatto ‘Just mi brethren’. Quando andavo in giro per concerti non c’era Lady G ed io dovevo fare sia la mia parte di cantante che la sua di deejay…quando facevo questa parte di deejay style ho notato che tutti impazzivano letteralmente…Ho capito comunque che potevo trasformarmi da cantante a deejay senza problemi .

D: Puoi parlarmi dei produttori con cui preferisci lavorare?

R: Credo che la figura storica del grande produttore sia in declino in Giamaica. I nuovi produttori vogliono fare musica ma in realtà non capiscono se un ritornello funziona veramente o qual è la tonalità giusta di un brano per essere cantato. Per questo amo affidarmi a produttori esperti come Donovan Germain, Tony Rebel o Sly & Robbie. Per esempio Don Corleon e Shane Brown sono giovani e stanno cercando di lavorare al meglio anche se a volte i loro ritmi diventano un po’ dei cliches e cioè ottengono successo con un buon ritmo e fanno i due o tre successivi troppo simili al primo. Credo che dovrebbero cercare di ripetersi meno: Sly & Robbie per esempio hanno fatto musica per generazioni dopo generazioni senza mai ripetersi più di tanto nelle loro proposte.

D: Il reggae è in un momento di crisi ma per fortuna ci sono ancora artisti come per esempio tu o Tarrus Riley su cui si può sperare per il futuro: su quali nomi investiresti per il futuro della musica giamaicana?

R: E’ difficile per me rispondere a questa domanda: meglio aspettare e vedere che succede perché molto spesso resti colpito dal potenziale di qualche giovane artista, lo segui con delle aspettative che spesso vengono subito disattese. Io credo che la musica sia una missione come la interpretavano o la interpretano personaggi come Bob Marley, Burning Spear o i Culture…I giovani artisti oggi vogliono essere sotto i riflettori o diventare oggetto del desiderio delle ragazze…come ti ho già detto la musica dovrebbe essere la voce di chi non ha speranze e molti nuovi artisti dovrebbero capire questo…

D: Dovrebbero essere più umili?

R: Si, per imparare da chi è umile bisogna essere umili, se non si è umili si perde facilmente il senso delle cose che si fanno…Non sono in grado di dirti nessun nome, non scommetterei nemmeno su me stessa per il futuro del reggae. Si tratta di una lavoro in divenire e spesso i nostri artisti iniziano a pensare di essere diventati grandi come dei e perdono di vista l’umiltà…io cerco di non perdere il contatto con le mie radici e cerco di fare la cosa che ritengo giusta ogni volta che ho l’opportunità di farla…

D: E’ duro riuscirci?

R: No, non è duro: può sembrarlo perché a volte non vedi un riconoscimento immediato ed è per questo che molti giovani artisti cercano subito la strada più veloce al successo. Io credo che la vita sia un viaggio in cui le difficoltà devono generare stimoli ad essere superate ed andare avanti, devi sempre cercare una motivazione e per molti purtroppo la motivazione sono i soldi facili.

D: Una cosa che colpisce il reggae in questo momento di crisi a mio avviso è il fatto che attraverso internet è spesso facile scaricare gratis nuova musica giamaicana che non è ancora in circolazione e questo danneggia gli artisti e i produttori. Questa cosa accade a livello globale ma credo danneggi maggiormente piccole scene indipendenti e senza grossi capitali come per esempio il reggae in Giamaica. Cosa pensi bisognerebbe fare per uscirne?

R: Credo che bisognerebbe creare una squadra con artisti, produttori e radio deejays per lavorare insieme…spesso sono i radio deejays ad essere colpevoli di questa diffusione illegale ed a mascherare dietro le finalità di promozione il fatto di vendere illegalmente il materiale che riescono ad ottenere. Non credo ci sia un metodo per risolvere ciò che non abbia a che fare con il cercare di essere più onesti e barattare i pochi soldi che ottengono lavorando disonestamente con gli onesti guadagni fatti se si lavorasse in accordo con artisti e produttori. Il problema è che spesso gli artisti devono corrompere i deejays per essere suonati alla radio e i deejays credono che questo sia giusto.

D: Da vari anni molti produttori europei creano la loro musica lavorando in Giamaica e coinvolgendo artisti giamaicani e ci sono alcuni esempi di artisti stranieri come per esempio Gentleman e Alborosie che sono stati accettati dalla scena reggae in Giamaica. Credi che questo potrebbe essere importante per migliorare la situazione del reggae?

R: La musica non ha barriere e le persone con la mentalità giusta sono benvenute. Al momento attuale c’è molta gente che cerca di sfruttare gli artisti per ottenere soldi facili: personaggi che si sono trovati un po’ di soldi in tasca e si sono detti ‘ok, adesso sono un produttore’ ed hanno iniziato a registrare canzoni con alcuni artisti e mettono tanti artisti sullo stesso ritmo per una cosa che chiamano ‘Juggling’…non credo ci sia molta sostanza in questo…Alborosie e Gentleman cercano di emulare la grande musica giamaicana ma lo fanno andando alle radici del reggae e questo credo sia importante anche per la preservazione della nostra cultura…molti giovani nel business fanno di tutto per cambiare la nostra cultura musicale, per americanizzarla…come ho già detto è facile sfruttare la musica ma non funziona così ed è per questo che la musica oggi è in declino.

Pier Tosi

Sugar Minott

agosto 2, 2010

(Sugar Minott a Kingston nel 2008. foto Pier Tosi)

SUGAR MINOTT TELLS HIS STORY

Ho avuto la fortuna di incontrare due volte Sugar Minott e di raccogliere le sue parole in due interviste nel 1999 e nel 2005. Unendole esce un racconto molto emozionante della sua vita e della sua carriera:

D: Cominciamo da un episodio poco noto della tua carriera risalente al 2004 : poco piu’ di un anno fa la label francese Zenah ha fatto uscire un tuo CD roots intitolato ‘Leave out a Babylon’. Puoi parlarmi di quel disco?

R: E’ un album mistico ed e’ diverso da molti altri miei lavori, mi riporta alle cose degli anni ’70 come per esempio lo stile di King Tubby. Magari non e’ cosi’ radicale ma contiene qualcosa dello stile di quel periodo: quando ho registrato quell’album ero reduce da alcuni problemi alla voce. Sono stato per un po’ nel deserto, in America e la mia voce non era a posto, qualcosa nel clima ha danneggiato la mia voce. Non sapevo che mentre le giornate sono cosi’ calde poi di notte la temperatura scenda di cosi’ tanto, cosi’ ero a questo festival e all’improvviso arrivo’ questo freddo e da quel momento ho avuto problemi alla voce per un periodo abbastanza lungo. Ho letteralmente sofferto per cantare quell’album, pregando perche’ la mia voce tornasse quella di prima. Non avevo mai realizzato quanto la mia voce sia importante per me fino a quel momento: quell’album e’ la prima cosa che ho fatto appena ho potuto cantare di nuovo, cosi’ e’ un lavoro umile…non potevo cantare con molta potenza cosi’ mi sono concentrato per cantare bene, tirando fuori dal profondo i miei sentimenti. Per me e’ stata una sorta di sfida.

D: Stai ancora lavorando insieme ai giovani del ghetto con la tua organizzazione?

R: Certo, ogni giorno. La Youth Promotion e’ per sempre, finche’ ci saranno giovani nel ghetto da valorizzare ci sara’ la Youth Promotion. I miei figli ora sono grandi e fanno il mio stesso lavoro e c’e’ una generazione nuova che sta arrivando…

D: Quali sono i giovani artisti che stai promuovendo?

R: Magari qualcuno non li conosce ma ci sono molti giovani come mia figlia Fire Pashon che e’ una deejay molto potente. C’e’ un ragazzo che si chiama Keke I, un altro che si chiama Company, un altro e’ Marques Scotty, il figlio di Binghi Bunny, il chitarrista della Roots Radics. Abbiamo tanti giovani di talento ma sto lavorando anche con i veterani come Burning Soul dei Wailing Souls o Errol Dunkley. Tra i giovani abbiamo anche Mixmaster e Firefox che e’ stato in tour in Francia con me di recente.

D: Puoi parlarci delle tue prime esperienze musicali?

R: E’ tutto incominciato la notte in cui mia madre mi ha portato a casa dall’ospedale. La mia casa era accanto a una dancehall ed io sapevo tutto sulla dancehall fin da quando andavo a scuola. Non ho mai incominciato a cantare in qualche coro come molti altri cantanti: ho iniziato a cantare dopo avere sentito gente come Derrick Morgan, Prince Buster, Delroy Wilson, i primi cantanti che ho ascoltato…Da queste voci poi sono passato a Dennis Brown, Alton Ellis, Ken Boothe

D: Ascoltavi anche artisti americani?

R: Si, in realta’ il primissimo cantante che ho sentito da piccolo e’ stato Nat King Cole e mi ha lasciato letteralmente senza fiato. In Giamaica abbiamo sempre ascoltato tantissima musica, tutta la musica americana, tutta la musica inglese, cosi’ abbiamo un vocabolario musicale piu’ esteso di quello di qualsiasi altro popolo al mondo perche’ eravamo spinti ad ascoltare cantanti come Jimmy Reeves, Patty Page e tutti questi artisti, il Motown sound, il suono di Philadelphia, la Stax. Noi avevamo anche la nostra musica come per esempio il reggae di Toots & Maytals, oppure reggae con influenze dai gruppi americani come per esempio i Techniques o qualche cosa dei Wailers. C’erano molti cantanti e anche molte cose originali giamaicane.

D: Perche’ non hai avuto successo con il tuo primo gruppo, gli African Brothers?

R: Penso dipendesse dal tipo di musica che facevamo: abbiamo iniziato piu’ o meno lo stesso periodo dei Mighty Diamonds ma loro hanno avuto parecchie hit songs e non c’era spazio per altri. Le nostre canzoni non erano molto accettate perche’ erano troppo militanti, troppo roots ed in quel tempo alcuni produttori stavano spingendo musica tipo Beres Hammond, piu’ leggera e piu’ legata al soul. Le cose non andavano bene e noi non riuscivamo a vivere con la musica ed io decisi che sarebbe stato meglio provare ad andare a Studio One.

D: Avete registrato un singolo a Studio One come African Brothers

R: Si, andammo all’audizione da Sir Coxsone. Lui passava sempre dalle nostre parti, a S-Corner in Delaney Avenue e si fermava ad un bar per qualche drink e noi gli facevamo ascoltare le nostre canzoni e lui ci diceva di passare in studio ma Tony Tuff e Derrick Howard, i miei compagni negli African Brothers non volevano andare a Studio One…

D: Perche’?

R: Perche’ Coxsone non pagava le royalties agli artisti e nessuno voleva andarci ma io volevo andarci per il prestigio della sua musica e cosi’ ci andai. In realta’ Tony Tuff canto’ solo le armonie della mia canzone e non canto’ mai una sua canzone per Coxsone.

D: Cosa ricordi di Sir Coxsone?

R: E’ stato un grande creatore di musica ed ha creato lo spazio attraverso cui ci siamo mossi tutti, sin dai tempi dello ska ed ancora prima. Dal mio punto di vista e’ stato l’uomo che ha lanciato il mio grande successo, cosi’ gli saro’ sempre riconoscente…

D: Coxsone era presente in studio quando registravi o lavoravi con altri producers suoi collaboratori?

R: Ho lavorato molto con lui in persona, lui passava ogni giorno in studio, anche il giorno di Natale. Ho fatto un paio di canzoni con altri produttori a Studio One ma il grosso del mio materiale e’ stato prodotto direttamente da lui. Studio One era come una scuola, come andare al college seguendo le lezioni di insegnanti come Jackie Mittoo, gli Heptones, Carlton & the Shoes, Freddie McGregor, Bagga, Pablo, Noel Bailey. Tutte queste persone erano i miei insegnanti da Coxsone, ed era sempre essere uniti come in un college, finche’ poi non mi sono laureato e ho formato la mia Black Roots

D: Tu hai lavorato a Studio One anche come musicista suonando la chitarra e le percussioni alle sessions: chi erano gli altri musicisti con cui lavoravi?

R: C’era Benbow Creary che suona la batteria anche adesso nella mia band. Lui era il batterista originario a Studio One ed ha suonato nei dischi di Burning Spear, nei dischi di Horace Andy e nei miei. C’era Pablove Black (tastiere), Bagga Walker (basso), Noel Bailey alla chitarra, personaggi come Jackie Mittoo. Io e Freddie McGregor cantavamo le armonie nelle altre canzoni, cosi’ come Ernest Wilson, c’erano Carlton & the Shoes. Praticamente era una famiglia.

D: E’ vero che molto prima di far parte di Studio One tu componevi le tue canzoni basandoti sui ‘riddims’ di Studio One?

R: Si, perche’ io andavo alle dancehalls da piu’ tempo dei miei amici e quando andavo ad una dancehall e tornavo a casa io potevo dirti tutte le canzoni che erano state suonate, potevo cantartele (Sugar canta ‘I shall not remove’ di Delroy Wilson). Diventai un maniaco della dancehall e tutti mi chiedevano i titoli delle canzoni che non si ricordavano. Le conoscevo tutte. Poi iniziai a provare di cantare e per un periodo ero contemporaneamente un aspirante cantante, un selecter ed un venditore di dischi: come venditore di dischi non avevo un giradischi per fare ascoltare la musica ai clienti, cosi’ io cantavo. Se qualcuno mi chiedeva ‘Com’e’ questo Dennis Brown?’, io iniziavo a cantare la canzone, cosi’ la gente poi comprava il disco. Ero un giradischi umano.

D: E Coxsone era arrabbiato del fatto che gli altri produttori riutilizzassero i suoi ritmi senza il permesso?

R: Io fui tra i primi a fargli notare quello che succedeva perche’ uno dei primi ‘furti’ fu quello di ‘Mean girl’ di Larry Marshall ripresa da Channel One per ‘I need a roof’ dei Diamonds. Io andai da Coxsone e gli dissi ‘ascolta, questo e’ ‘Mean girl’, e’ uguale…’ e lui se ne rese conto e disse ‘Cosa?’ ed io dissi ‘Hanno solo cambiato il titolo’. Lui si arrabbio’ ed inizio’ una sorta di guerra con Channel One perche’ Coxsone inizio’ a ‘rubare’ i loro ritmi piu’ popolari come per esempio ‘Woman is like a shadow’ dei Meditations e la guerra arrivo’ a livelli quasi fisici. Io vivevo nella stessa zona di Channel One ma ero un cantante di Studio One cosi’ per loro ero un nemico.

D: Quali sono, tra i produttori con cui hai lavorato, i migliori?

R: In termini di qualita’ della musica ti rispondo Germain, Gussie Clarke e King Jammys. Io sono il primo artista ad avere registrato un album per Jammys…

D: L’album e’ ‘Bittersweet’, uno dei tuoi primi…

R: Si, ed e’ il primo album che Jammys abbia mai prodotto e dopo di me sono arrivati i Black Uhuru. Sono anche uno dei primi artisti a lavorare con Germain con il mio singolo ‘Slice of the cake’. La stessa cosa per Powerhouse che ho contribuito a lanciare. Era buono lavorare con questi produttori emergenti ma nessuno di loro ti pagava le royalties ed il reale successo della tua musica. Se avessero avuto l’idea di pagarci le royalties anche noi artisti avremmo vissuto meglio. Questi personaggi non hanno mai sostenuto realmente in termini economici gli artisti che li arricchivano. Registravamo cosi’ tanta musica e non ne cavavamo nulla!!! Nemmeno un dollaro e dovevi batterti per i diritti della tua musica. A parte cio’ abbiamo passato bellissimi momenti in studio a Channel One tra grandi amici come per esempio Sly & Robbie.

D: Tu passasti alla auto-produzione con due albums eccezionali come ‘Ghetto-ology’ e ‘Black roots’ che fecero di te il cantante n.1. Puoi parlarmi di quei due albums? Hai registrato a Channel One?

R: Si, parecchie cose a Channel One ma molte delle mie tracce vocali sono state registrate da King Tubbys: in quello studio ho fatto anche ‘Bittersweet’ con Jammys. Io scambiavo le canzoni con il tempo in studio: cantavo alcune canzoni per loro ed invece di farmi pagare chiedevo in cambio il tempo da utilizzare in studio per registrare il mio materiale personale. Molte cose brutte sono successe a quei tempi…non conoscevamo il modo di gestire economicamente la musica che facevamo ed i produttori ci pagavano quello che pensavano fosse giusto ed in quel modo ci sfruttavano arricchendosi alle nostre spalle.

D: Cinque anni fa mentre ti intervistavo ti lamentavi del fatto che la dancehall music di oggi discrimina i cantanti perche’ i produttori prefesriscono i deejays: oggi abbiamo tantissimi nuovi cantanti come I Wayne, Bascom X, Chezidek o Abijah…Come vedi il futuro della musica giamaicana?

R: Ho molte cose di cui lamentarmi e spero che qualcuno accolga le mie lamentele. La musica dev’essere varia, a me piacciono molti stili. Nella notte voglio sentire musica piu’ cool mentre la mattina voglio qualcosa che sia in grado di svegliarmi. La musica e’ come una medicina: e’ meglio mangiare piu’ cibi differenti invece di mangiare sempre lo stesso cibo. Io amo cantare roots, dancehall, lovers, jazzy reggae ed ogni altra cosa. Mi piacciono le ballate, le armonie vocali che cantano Smokey Robinson, Johnny Mathis, Sam Cooke, ma quando cresci nel ghetto e vedi la sofferenza vuoi esprimerla anche attraverso musica dura e testi che esprimano quella sofferenza. Oggi la musica e’ fatta da ragazzini che sanno usare il computer e qualcuno di loro sa anche come trasmettere buone vibrazioni in musica. La maggior parte di loro non conosce la musica. Per fortuna ora molti giovani si rendono conto di cosa e’ giusto fare e c’e’ un ritorno alla vecchia musica, lo stile delle fondamenta del reggae, lo stile che non cambiera’ mai anche se le mode vanno e vengono.

D: Non hai mai lasciato il ghetto, sei stato uno dei grandi interpreti a dare voce al feeling del ghetto e non hai mai smesso di aiutare chi e’ piu’ sfortunato di te. Come e’ cambiata negli ultimi venticinque anni la vita nei ghetti giamaicani? E’ migliorata o peggiorata?

R: Io non vedo nessun miglioramento…Mi dispiace ma e’ sempre la stessa storia ed ora ci sono in giro piu’ armi di una volta e molte cattive influenze dall’America. Tutti vogliono vestire roba di marca e nel mio paese non c’e’ abbastanza fiducia nei propri mezzi e nella propria cultura. La povera gente deve dipendere dalle decisioni di altra gente in altri paesi e non c’e’ la volonta’ di costruire qualcosa con le proprie mani. Questo non e’ buono e presto potrebbe essere ancora peggio perche’ ci sono tantissime armi in mano ai giovanissimi. Se sei un turista e vieni in Giamaica avrai una buona permanenza perche’ non vedrai nulla di cio’, vedrai le belle spiaggie, gli hotels confortevoli, mangerai il cibo buono ma non andrai mai a Rema, a Concrete Jungle, ad August Town. Ci sono due facce della Giamaica: se non cerchi non potrai conoscere la vera Giamaica. Nei ghetti non c’e’ alternativa, ci vorrebbero piu’ posti dove i giovani imparano un mestiere, ma la polizia sta portando le armi nel ghetto e non c’e’ alternativa a cio’, e’ tutto un grosso caos. Pensa che a Kingston c’e’ piu’ polizia per dirigere il traffico che per confrontarsi con il vero crimine.

D: E’ stato scritto che tu hai apertamente rifiutato delle occasioni di successo e denaro per non voltare le spalle ai tuoi fratelli del ghetto, ai giovani con cui lavoravi. E’ vero?

R: E’ vero: quando iniziai con il Ghetto Youth Sound System nel 1983 (Ghetto Youth Promotion esisteva gia’ dal 1979) molta gente credeva fosse un gioco, uno scerzo e mi dicevano ‘Dovresti pensare alla tua carriera e non perdere tempo con questi giovani…’. A loro questa cosa non piaceva…

D: Questa gente non vi considerava un sound abbastanza professionale?

R: Dicevano: ‘Troppi giovani del ghetto’… Quando andavo in certi posti non volevano farmi entrare. Dicevano: ‘Tu puoi entrare ma loro devono stare fuori’, cosi’ anch’io me ne dovevo andare. Non potevo lasciare i miei amici fuori. Succedevano cose come questa.

D: Quando fondasti il sound tu eri solo il proprietario o eri anche cantante o selector?

R: Io avevo iniziato facendo il selector nel Sound Of Silence sound system. Ho iniziato quando ero piccolo e ho lavorato in molti sound prima di Ghetto Youth. Ero un ottimo selector nel ghetto di Maxwfield Park

D: Una domanda sulle sufferenze del ghetto: sappiamo che due delle piu’ tragiche figure della storia del reggae, Nitty Gritty e Tenor Saw erano tra i giovani con cui lavoravi alla Ghetto Youth Promotion…

R: Si, Nitty Gritty e Tenor Saw avevano un grande talento e mi mancano molto. Tenor Saw era un bravissimo ragazzo, molto spirituale, sempre pronto e molto volonteroso. Il problema di questi giovani e’ che crescono in modo molto travagliato, non vanno a scuola e spesso finiscono in galera. Non hanno mai avuto le cose facilmente, ma qualche volta la gente offre loro qualche opportunita’. Nei ghetti in Giamaica c’e’ una dura lotta per sopravvivere: la maggior parte dei giovani non va a scuola, non hanno la televisione, non hanno una bicicletta, non hanno scelta. Quando qualcuno riesce ad uscire dal ghetto bisogna fargli molti complimenti, perche’ nel ghetto ci sono solo armi. E’ molto facile restare intrappolati nella droga e nelle armi. Devi fare i complimenti ai giovani che rifiutano le armi. Nel mio ghetto c’erano solo armi, ma io avevo la chitarra, cosi’ gli uomini con le armi mi lasciavano in pace, dicevano: ‘Ohhh, guarda, gli piacciono le chitarre…’. In questo modo sono sopravvissuto…

D: Una domanda sul reggae inglese: tu hai avuto sempre un grande successo laggiu’…

R: Si. Quando sono andato la ho iniziato tutta la rivoluzione del Lovers Rock, perche’ un paio di persone che gia’ lo facevano c’erano, ma quando sono arrivato io in UK tutta la scena del Lovers Rock e’ diventata forte perche’ io ho fatto uscire alcuni dei pezzi migliori come ‘Good things going’ o ‘This is lovers rock’ e ho prodotto personaggi come Carroll Thompson, Winston Reedy o i Musical Youth, io e Jackie Mittoo abbiamo fatto un bel po’ di cose laggiu’. La mia etichetta Black Roots sta lavorando in UK da parecchio tempo.

D: Sei uno dei primi cantanti ad avere avuto molto successo su ritmi digitali negli anni ottanta: a quel tempo cosa pensavi dell’introduzione di quello stile?

R: Mi piacciono le cose nuove e amo la sfida. Se ripeti sempre gli stessi schemi non c’e’ gusto ne divertimento. Anche oggi sono sempre attento a cercare il meglio dai nuovi stili e vorrei sempre rinnovarmi. E’ stato molto stimolante cantare ‘Herbsman hustling’ su quel ritmo: c’erano molti cantanti ma non tanti erano in grado di cantare su quel ritmo e se ci fai caso non ne esistono molte versioni…

D: Quali cambi nell’attitudine dei produttori ha causato l’introduzione dei computers?

R: La musica e gli artisti hanno perso il rispetto. A me non piace molto ma non voglio lottare contro la musica perche’ il tempo ed i giovani stanno facendo dei cambiamenti, come ai miei tempi quando arrivammo noi con il nostro dancehall style, a molti non piaceva, cosi’ non voglio lottare contro i giovani. Io capisco, pero’ ai vecchi tempi, persino quando noi facemmo il cambiamento introducendo il dancehall style, noi suonavamo ancora Dennis Brown, suonavamo Freddie McGregor, noi suonavamo ancora Horace Andy, suonavamo ancora Alton Ellis, suonavamo ancora Ken Boothe, suonavamo ancora Burning Spear. Oggi loro stanno cambiando ed introducendo il nuovo ma non suonano piu’ Frankie Paul, non suonano piu’ Sugar Minott, non piu’ Dennis Brown ne Gregory Isaacs

D: Stai dicendo che perdono i contatti con le fondamenta del reggae?

R: Si, e questo non va bene perche’ non importa cio’ che fai ma devi avere bene in mente le fondamenta altrimenti prima o poi tutto svanisce…

D: Negli ultimi anni c’e’ molta pressione dall’estero contro quegli artisti che cantano liriche violente dirette contro i gay. Cosa ne pensi?

R: Credo che questa storia sia stata un po’ troppo esagerata. Nessuno ha realmente attaccato nessun altro con la musica in Giamaica. E’ solo una cosa per ridere, per prendere in giro: e’ come al cinema o qualsiasi comico che vedi in TV prendere in giro qualcuno. Per esempio sfottono Michael Jackson ma nessuno se la prende perche’ e’ solo per ridere. Non e’ una cosa seria perche’ nessuno e’ mai stato attaccato, nessun artista ha mai attaccato realmente gli omosessuali. Noi siamo cresciuti in Giamaica e per la nostra cultura e religione questo e’ sbagliato. Se uno arriva dall’Iran e dice ‘Questo nella nostra cultura e’ sbagliato’, nessuno ha nulla da eccepire. In Giamaica per i Rasta l’omosessualita’ e’ una cosa sbagliata ma nessuno ti uccidera’ per questo. Tu sei libero di essere cio’ che vuoi, questo e’ un mondo libero e tu puoi seguire il tuo destino. Non ho problemi su questo ma non puoi cercare di fermare la musica perche’ ci dev’essere liberta’ di espressione. Quante canzoni sono state fatte su questo argomento? Tutti le hanno ballate, anche i gay…

D: Non credi che alcune canzoni siano un po’ troppo violente?

R: Si ma nessuno le prende sul serio! Bounty Killer canta ‘Arriva il badman e la gente e’ morta…’ ma non uccide nessuno e tutti capiscono che e’ solo per ridere, e’ come un film. Se io interpreto un killer in un film, questo non significa che io divento un vero killer. Tu devi vederla in questo modo. Nessuno imita la musica nella vita reale, i cantanti che cantano contro i gay hanno amici gay ed i gay comprano perfino i loro dischi.

Pier Tosi

Profilo biografico Sugar Minott

Chuck Fender

luglio 19, 2010

(Chuck Fender al Rototom Sunsplash 2005: foto Luca D’Agostino)

Con questo articolo inizia a collaborare con Sunny Vibes Niccolò Todaro un giovane appassionato di reggae triestino curatore ogni domenica a Radio Fragola del programma reggae ‘Road To Zion’. Si tratta di un’intervista con Chuck Fender risalente al suo concerto a Muggia nel marzo 2009. L’imminente disco a cui si fa riferimento è ‘Fullfillment’ uscito poi alla fine dello scorso anno. Ecco le parole di uno degli artisti più significativi della scena giamaicana del decennio appena concluso:

Toddi: E’ un grandissimo piacere per noi averti qui a Muggia questa sera e poter assistere ad una tua esibizione. So che hai suonato altre volte in Italia prima di quest’oggi.

Chuck Fenda: Si, al Rototom Sunsplash.

T: C’ero anch’io quella sera, ed è stato un grande show il tuo. Come prima cosa vorrei chiederti cosa ne pensi della reggae massive italiana.

C.F.: La massive italiana è piena di energia, mi trasmette sempre ottime vibrazioni quando vengo in Italia. Gli italiani amano la musica reggae, e ciò è fantastico perché io vivo di musica reggae. Amo l’ Italia e sono sempre impaziente di ritornarci a lavorare e diffondere un messaggio positivo per la gente.

T: Quali sono le differenze più sostanziali tra il pubblico giamaicano e quello europeo?

C.F.: Il pubblico giamaicano è molto grezzo e rude, quello europeo è più calmo. In Jamaica noi usiamo cantare solo il “punchline”, che è il ritornello e la prima strofa, poi passiamo ad un’altra canzone. Agli europei piace sentir cantare l’intera canzone, dal primo ritornello all’ultima strofa. I giamaicani non si vogliono annoiare, quindi con loro non puoi fermarti troppo sulla stessa canzone.

T: I giamaicani cercano l’eccitamento, l’”hype”, mentre agli europei piace godersi le canzoni?

C.F.: Esatto

T.: Fenda, sei un’artista di successo con una carriera di più di 10 anni di reggae music alle spalle. Cos’è cambiato da quando la tua carriera ha avuto inizio fino a oggi?

C.F.: Non c’è mai stato un vero e proprio cambiamento. Appena finita la scuola, ho iniziato come artista dancehall con King Jammy’s tra gli anni ’96 e’98, facendo pezzi come “Badda Badda”, “Shut your mouth” e “Bad man talking”. Poi la mia carriera ha iniziato a svilupparsi, a evolversi. Ho iniziato a imparare sempre di più riguardo la cultura Rasta. L’Altissimo mi ha ispirato, così ho trovato il vero me stesso e ho capito qual era il mio scopo nella vita e nella musica. La Cultura era la via, “Righteousness” (la rettitudine) era la via. Jah ha scelto questa via per me, voleva che fossi un esempio per il mondo di come si possa lasciare il Male e agire nel Bene. Può sembrare dura all’inizio, ma dopo è una strada sicura. Sono un esempio per il mondo, sono qui per diffondere il messaggio, perché il messaggio è molto importante nella musica. La musica non riguarda solo l’hype e i soldi, perché quando i soldi e l’hype svaniscono, il messaggio continua a vivere.
Sono passati ormai tre anni dall’ultima volta che sono stato in Italia, quindi credo che gli italiani abbiano molto bisogno di sentire il messaggio e le parole dell’Altissimo, così non vedo l’ora di condividere le vibrazioni con la gente.

T: Molte delle tue canzoni trattano tematiche sociali molto attuali e contengono messaggi molto diretti verso gli ascoltatori, come ad esempio “Gash dem”, “I swear” o “Cry for my people”. Infatti vieni soprannominato “The poor people defender” dai tuoi fan. Com’è nato questo soprannome?

C.F.: La gente mi ha dato questo nome, per via del messaggio, per via di ciò per cui mi batto: la giustizia. Perché ai giorni nostri molta gente soffre, e deve esserci qualcuno che stia dalla parte dei meno fortunati, dei poveri e dei bisognosi. Molto gente in Giamaica fa due lavori, molte famiglie non hanno soldi per mandare i loro figli a scuola e al college e devono rinunciare alla loro educazione. Chi darà voce a queste persone? Chi le difenderà? Io ho visto questa sofferenza, e ho iniziato a cantare di questi problemi, così la gente ha iniziato a chiamarmi “The poor people defender” , “The living Fire” . Questi nomi sono titoli venuti dalla mia musica, da quello che canto, direttamente dalla gente.

T.: Cosa ne pensi della “slackness”, la volgarità, e dell’omofobia nella musica giamaicana. Esiste veramente un’emergenza riguardo questi temi, come appare dal punto di vista europeo?

C.F.: A me non piace la musica volgare, non assorbo questo tipo di energia. Io sto dalla parte della cultura, per la giustizia, dalla parte dell’Altissimo, per l’unità di tutte le razze, puoi essere europeo, africano, cinese, giamaicano, puoi essere bianco, nero o blu, sto dalla parte dell’unità. Voglio insegnare qualcosa alla gente, diffondere il messaggio. Non c’è bisogno di cantare di pistole, di come picchiare la gente, non c’è bisogno di queste cose negative. Devi cantare riguardo le cose rette in modo da elevare la gente, insegnarle qualcosa, unirle. Ritengo quindi che sia stata una giusta mossa per le broadcast corporations dire che non volevano più che le radio suonassero questo tipo di musica in Giamaica, Questi artisti sono talentuosi, ma ci sono altri argomenti che possono essere cantati e che dovrebbero essere cantati.

T.: Cosa ne pensi dei nuovi trends della dancehall music giamaicana? Come le Big Ship productions o le Daseca productions?

C.F.: Allora, i membri dellaDaseca crew sono dei ragazzi giovani, Stephen McGregor della Big Ship è un ragazzo, hanno 18 o 19 anni, sono ragazzini. Noi siamo sulle scene dal 2000, io come Richie Spice. Loro sono una nuova generazione che si è appena formata, loro sono quelli che porteranno avanti il music business portato avanti dai pionieri da King Jammy’s, Bobby Digital, Black Scorpio e di tutti questi produttori più anziani. La loro sarà una nuova generazione. Ma devono sapere che la “culture music” è quella che regola il trend, che porta avanti la storia. Devono imparare dai più anziani , devono analizzare quei grandi produttori, farsi una posizione come Jammy’s nel business, non una cosa da “sfondo quest’anno e il prossimo non senti più parlare di me”. Devi fare musica che rimanga, devi farti un catalogo a cui poter guardare anche dopo anni, a cui i tuoi figli possano attingere, rinfrescarsi la memoria e riproporre.

T.: Parliamo dei tuoi progetti futuri. So che hai appena realizzato un nuovo album, che sarà disponibile a breve, intitolato “Cyaan Cool”.

C.F.: Esatto, quest’album sarà il completamento della trilogia, il terzo album. Il primo era “Better days”, il secondo con ‘Gash dem and Light’ dem era “The Living Fire”, e questo si chiamerà “Cyaan Cool” . E’ già completamente mixato, stiamo intrattenendo una negoziazione con VP Records al fine di farlo uscire molto presto, dobbiamo solo sistemare il tutto e fissare una data. E’ anche per questo che sono in Europa adesso, per informare la gente riguardo all’album, in modo che quando sarà uscito se lo possano procurare, perché è un album fantastico come quello precedente. Per questo ho deciso di venire qui in questo periodo. E’ stato molto costoso portarmi in Europa, c’erano molti promoters che volevano vedermi, così ho cercato un compromesso per venire comunque. Sto cercando una buona band qui in Europa, che suoni come suoniamo noi in Jamaica, in modo da abbassare i costi per i promoters. Perché alla fine è il messaggio la cosa importante, e non vogliamo che niente possa fermare il messaggio. Facciamo il possibile per chiarire questa cosa, il messaggio deve andare avanti e le gente deve poter vedere Chuck Fenda. Sono stato lontano dall’Europa per tanto tempo, e non voglio che questo accada di nuovo, faccio il possibile per abbassare i costi e fare in modo che i promoters possano vedermi.

T.: Sarà comunque fantastico vederti stasera in azione sullo stage. Ti ringrazio per la tua disponibilità e gentilezza e arrivederci a stasera.

Niccolò Todaro

Alborosie primavera 2010!

marzo 24, 2010

INTERVISTAAlborosie(Alborosie al Sunsplash 2009: foto Elia Falaschi)

L’avventura di Alborosie continua: a otto mesi dall’uscita dell’ottimo ‘Escape from Babylon’, l’ultimo CD promosso quest’estate da un lunghissimo tour europeo si iniziano a sentire brani nuovi come ‘Steppin’ out’ (in duetto con David Hinds di Steel Pulse che cantava proprio la versione originale inclusa nell’album ‘Earth crisis’ del 1983) o ‘Blue movie boo’ e Albo torna incessantemente in tour con il suo Shengen Clan per suonare di nuovo ben otto volte in Italia. Abbiamo chiacchierato con lui al telefono tra la prima data italiana a Trieste e la seconda in programma a Firenze:

D: Nell’ambiente del reggae in Italia sei molto popolare ma magari c’è ancora qualcuno che non ha sentito parlare di te: come ti definiresti in due parole?

R: Un pazzo che ha cercato di fare qualcosa più grande di lui ed un pochino alla volta sta raggiungendo degli umilissimi risultati…

D: ovviamente ti riferisci al fatto di vivere e lavorare in Giamaica, una cosa al di la della passione per il reggae comunque non semplicissima…

R: Si, ovviamente…

D: Ieri sera hai iniziato il segmento italiano del tour: hai trovato qualcosa di diverso rispetto agli altri paesi?

R: Ma guarda, ormai con il reggae giro il mondo e devo dire che una cosa bella della musica reggae è che continua ad accomunare tutti quanti, il famoso ‘one love, one heart, one destiny’ ha colpito in pieno. Ovunque sento questa energia positiva ed il reggae rende tutti i posti come se fossero lo stesso sotto questo punto di vista.

D: Hai duettato con David Hinds di Steel Pulse in ‘Steppin’ out’ in quella che è la tua ultima release, una release unicamente digitale, segno del cambio dei tempi con i supporti che si usano sempre meno…

R: Negli ultimi tempi il vinile soprattutto a cui noi siamo molto legati sta andando molto male, in Giamaica anche qualitativamente parlando si lavora con materiali molto scadenti, sappiamo tutti la crisi che la musica sta attraversando. Comunque in europa è una release digitale ma ‘Steppin’ out’ è inclusa nella stampa americana di ‘Escape from Babylon’ che assume il titolo ‘Escape from Babylon to the Kingdom of Zion’.

D: Una versione allungata quindi…

R: Si, cinque tracce in più per spingere ulteriormente questo lavoro…

D: Dicevamo duetto con Steel Pulse che è una delle soddisfazioni che ti sei permesso dopo il lavoro con Michael Rose o i Tamlins con cui hai fatto anche un CD come produttore…

R: Si, l’album dei Tamlins esce all’inizio dell’estate…la lista è lunga e ci sono tantissimi artisti con cui vorrei collaborare…io continuo a lavorare e divertirmi che è un po’ il succo della mia situazione…l’importante è sempre divertirmi…

D: Torni in tour dopo meno di un anno: le scalette sono simili a quelle dei concerti di quest’estate o hai introdotto qualcosa di nuovo?

R: Ci sono pezzi nuovi e la scaletta è diversa…tutti i pezzi che mi hanno aiutato negli ultimi anni ad arrivare fino a qua e cioè ‘Herbalist’, ‘Kingston Town’ o ‘Slam bam’ ci sono ma ci sono anche pezzi nuovi, tutta la parte del nuovo CD come ‘Mr. President’, ‘Uppsala’, ‘Real story’, ovviamente ‘Mama she don’t like you’, c’è ‘Rototom free’, ‘Steppin’ out’, ‘Blue movie boo’, il mio duetto con Etana ‘Blessing’

D: Immagino tu abbia già nuovo materiale pronto per le prossime uscite…

R: Io in effetti ho del bellissimo materiale da parte: il prossimo mio album dev’essere un lavoro di ulteriore svolta e non lo farò uscire se non sarò sicuro che è una autentica potenza della natura, sarà una roba molto mirata, mi prendo il mio tempo anche se ci dovessero volere dieci anni però quando esce non sbaglio, preparatevi, mettetevi il giubbotto di salvataggio…

D: Possiamo già fare dei bilanci su ‘Escape from Babylon’?

R: Adesso il disco è uscito in America in questa versione allungata ed è al quarto posto della classifica reggae americana e questo mi fa molto piacere, in europa credo sia stato uno dei dischi più venduti dalla Greensleeves quindi sono molto soddisfatto, mi aspetto un po’ di spinta da questa release americana ma comunque non mi lamento…

D: E l’accoglienza in Giamaica com’è? Hai centrato il primo posto con la tua combination con Etana…

R: In Giamaica ormai sono a casa, sono popolare, sanno tutti chi sono ed in giro per strada mi fermano tutti…la Giamaica non fa molto testo, è un posto molto bello dove c’è questa vibrazione bellissima però a livello di classifiche, di musica o di mercato non c’è nulla, nel senso che se hai un pezzo primo in classifica in Italia ti cambia la vita, primo in classifica in Giamaica tante pacche sulle spalle diciamo…

D: Abbiamo già parlato della crisi e della industria musicale giamaicana che traballa un po’. Tu con la tua musica dai il tuo contributo per un ritorno alle radici del reggae e sappiamo che purtroppo sull’isola non c’è molto la coscienza della grandezza del patrimonio musicale degli scorsi decenni. Cosa servirebbe secondo te per ravvivare la situazione in Giamaica?

R: Ci vuole un po’ di cuore quando si fanno le cose, non è solamente un discorso di soldi, di business, di marketing, ci vuole il cuore…la musica old school era fatta con il cuore perché era un periodo di rivoluzione, si combatteva veramente per la spiritualità, per la sopravvivenza, adesso siamo tutti un po’ grassi, un po’ lenti, un po’ adagiati quindi manca un po’ di cuore. Se mettiamo un pochino più di cuore in ciò che facciamo e torniamo ai veri ideali del reggae avremo musica un po’ migliore e in grado di parlare ad un pubblico più vasto.

Pier Tosi

Restanti date tour italiano primavera 2010:

24 marzo: Torino
25 marzo: Bologna

26 marzo: Trezzo D’Adda (Milano)

27 marzo: Roma
5 aprile: Gallipoli (Lecce)
7 aprile: Catania
8 aprile: Catanzaro

Alborosie su Sunny Vibes:

Intervista 2006
recensione ‘Escape from Babylon’
Intervista maggio 2008
Alborosie & Shengen Clan + I.Eye @ Carrockponte Sesto S.Giovanni (22 luglio 2009)
Recensione ‘Soul Pirate’ (Vibes On Line)

Africa Unite (Intervista)

marzo 11, 2010

phoca_thumb_l_sun08-ls-africaunite-010(Africa Unite al Sunsplash 2008: foto Luca Sgamellotti)

Sono passati ventinove anni dalla fondazione dei pinerolesi Africa Unite e se il pensiero torna a quei tempi rispetto a come è cambiata la nostra vita sembrano addirittura tanti di più: nel 1981 internet era ancora lontana ed il vinile girava ancora senza sosta sui giradischi, il sogno di Bob Marley si interrompeva diventando subito leggenda, sugli scaffali nei negozi di dischi c’era pochissimo reggae, per le cose particolari bisognava andare a fare acquisti a Londra e per i più la Giamaica appariva come una galassia lontana.

Per chi già c’era il roots reggae era comunque una bomba emozionale in grado di riscaldarti il cuore e cambiarti la vita: il titolo del quindicesimo CD degli Africa è ‘Rootz’ ed è quindi un tributo a quei ricordi ed alle loro primissime influenze. ‘Rootz’ significa anche un ritorno alla classicità Africa Unite mantenendo però anche qualcosa della svolta ‘digitale’ del precedente ‘Controlli’. Ne parliamo con Bunna durante una pausa delle prove proprio il giorno in cui esce ‘Rootz’:

D: Oggi esce il vostro nuovo CD e a quanto pare celebrate l’uscita in sala prove a lavorare…

R: Si, i giorni all’inizio del nostro tour non sono molti e andremo avanti fino a stasera a provare poi ci siamo ripromessi di fare un brindisi di festeggiamento stasera alla fine delle prove.

D: Parliamo di ‘Cosa resta’, il vostro anti-singolo tra l’altro scaricabile liberamente sul vostro sito internet…

R: Si, sul sito tra l’altro c’è anche il video realizzato da un nostro fan che secondo me coglie perfettamente nel segno di quello che il pezzo vuole significare. Sempre sul sito è disponibile un piccolo assaggio del CD pezzo per pezzo. Gli ascoltatori possono capire anche prima dell’acquisto come suona questo nostro quindicesimo disco dopo quasi trent’anni di attività…

D: Dal primo ascolto è percepibile tra le altre cose un ritorno ad un vostro vecchio amore e cioè la dub-poetry, la poesia orale giamaicana trasposta in musica e celebrata notoriamente da Linton Kwesi Johnson….

R: Si, i riferimenti sono quelli: Linton Kwesi Johnson e Michael Smith, di cui nel CD c’è una citazione, fanno parte dei nostri riferimenti iniziali, le cose che ascoltavamo insieme a Bob Marley quando abbiamo iniziato ad avvicinarci a questo genere. Il nostro è un ennesimo omaggio a queste nostre ispirazioni della prima ora: il CD si chiama ‘Rootz’ e cioè radici e le nostre radici sono nei poeti che abbiamo citato, in Marley, in Steel Pulse e tanti altri.

D: ‘Rootz’ ha due anime, una più roots e riflessiva ed una più solare. Nel primo versante mi pare resti un po’ l’attitudine del CD precedente ‘Controlli’ con un approccio meno tecnologico e comunque la grande classicità Africa Unite con magnifici suoni di fiati per esempio…

R: Rispetto a ‘Controlli’ l’attitudine è più suonata, più roots. Non è che la tecnologia non ci sia ma è al servizio di un suono più ortodosso. Chiaramente poi le caratteristiche dei dischi degli Africa ritornano, per cui ci sono pezzi più scuri e pezzi più solari e più estivi come mood…

D: La parte più riflessiva colpisce per la lucidità delle liriche: per esempio in ‘Mister time’ esce la vostra visione sulla ricerca dell’eternità…

R: Quello che vogliamo sottolineare in quel brano in cui cantiamo sia io che Madaski è che è importante vivere intensamente il presente senza farci abbindolare di promesse di premi futuri, paradisi etc…La nostra unica sicurezza sono i giorni che viviamo e dobbiamo viverli più intensamente possibile. C’è questa tendenza a pensare al futuro o a rimpiangere il passato trascurando invece il momento che stiamo vivendo…Nel ritornello poi c’è una riflessione che arriva dal fatto che spesso sembra che chi si avvicina al reggae debba abbracciare tutta la sua filosofia senza discussione compreso tutto il versante mistico. A volte ci sembra che l’approccio a Rastafari di qualcuno sia molto esteriore e questa cosa ci fa anche un po’ sorridere. La nostra opinione è che Rasta abbia preso piede in questo contesto in cui i giamaicani di radice africana guardavano alla loro cultura di appartenenza ed all’Africa. Crediamo che questa mistica assuma significati molto diversi in un contesto assai diverso come per esempio il nostro e che in questo senso sia un po’ una mancanza di coerenza abbracciarla in toto senza discussioni…Questa è un po’ l’opinione che esprimiamo.

D: Come avete lavorato alla composizione dei vari brani?

R: Il nostro tipico approccio è che tutto comincia con una stesura melodica ed armonica che faccio io a casa semplicemente con la chitarra, poi imposto la struttura al computer con un programma molto semplice giusto per avere una prima idea della musicalità del pezzo. Il tutto poi passa a Madaski che si occupa di arricchire il brano con l’ottimizzazione e gli arrangiamenti e gli altri componenti danno il loro contributo per le parti dei loro rispettivi strumenti. Fino a questo punto il pezzo ha una melodia cantata in quello che Dario Fo definirebbe ‘gramelot’, una lingua inesistente con sonorità riconducibili un po’ all’inglese. Il testo poi è l’ultima cosa che facciamo: il più delle volte i testi in italiano li scrive Madaski e quelli in inglese li scrivo io anche se questa volta ho fatto un’eccezione con il testo di ‘Cosa resta’ che ho prodotto io abbastanza di getto. Due basi di ‘Rootz’ le ha fatte il nostro bassista Paolo Baldini…rispetto a ‘Controlli’ Paolo è stato un po’ più assente perché impegnato nei suoi tanti altri progetti come il CD dei Tre Allegri Ragazzi Morti mentre ora sta lavorando ai CDs di Skardi e dei Dot Vibes. Ti ho descritto questa procedura da cui sono nati un po’ tutti i nostri dischi con l’eccezione di ‘Controlli’…Quando sono state fatte le basi io ero un po’ latitante perché ero ancora nei Bluebeaters ed ero andato a fare Turisti Per Caso in Africa. Sono mancato un po’ e le basi le hanno fatte Paolo e Madaski ed io ci ho lavorato sopra in seguito per i testi.

D: Quattro anni fa vi siete divertiti tantissimo ad ospitare tanti amici in ‘4 riddims 4 unity’ : qualcuno poi è tornato come ospite anche in ‘Rootz’…

R: Una cosa che vogliamo fare è dare voce con le nostre collaborazioni a chi secondo noi se lo merita grazie al suo talento…Ecco il senso della presenza per esempio di Jacopo dei Mellow Mood. Anche Mama Marjas è conosciuta dal pubblico reggae e merita più attenzione in generale e l’abbiamo coinvolta. Franziska sono già abbastanza consolidati come fama ed io avevo fatto un featuring nel loro ultimo CD quindi è stato naturale ricambiare con l’ospitata di Roddy e Piero. Alborosie non ha bisogno di presentazioni e la nostra amicizia risale ai tempi in cui RN Tickets registravano i primi dischi allo studio di Madaski. Ora lui è andato in Giamaica e la frequentazione è diventata più difficile ma restiamo in contatto e ci ha registrato con piacere il suo contributo.

Recensione di ‘Rootz’ su Sunny Vibes

Pier Tosi

(si ringrazia Radio Città Fujiko 103.1 FM Bologna)

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