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Chuck Fender – Fullfillment (VP)

gennaio 18, 2010

RECENSIONEchuck-fender-fulfillment

Se torniamo con il ricordo a circa cinque anni fa il dancehall artist convertito a ‘conscious man’ Chuck Fender appariva come uno dei salvatori del roots giamaicano soprattutto attraverso i brani che uscivano per l’etichetta 5th element: il ‘difensore dei poveri’ aveva poi però lasciato questa scuderia ed aveva perso un po’ il momento facendo uscire in ritardo nel 2007 il suo pur ottimo CD ‘The living fire’.

Chuck torna ora con questo ‘Fullfillment’ decisamente orientato a mostrare una versione moderna del ‘sufferers sound’ di storica memoria. E’ interessante il fatto che tutto il disco (a parte una traccia) è frutto della collaborazione con un unico produttore e cioè il talentuosissimo Kemar ‘Flava’ McGregor titolare del marchio No Doubt. Chuck parte fortissimo con l’heavy roots di ‘I am for the poor’ sospinta da una lirica ‘sufferers’ molto chiara, diretta e potente. Subito dopo arrivano il bel cut dell’83 riddim intitolato ‘Heights’ e l’altrettanto convincente ‘It’s getting serious’ prodotta da Shane Brown per la sua Juke Boxx.

In queste prime tracce c’è tutta la filosofia di questo disco e cioè la voce sofferta e le classiche melodie di Chuck Fender su alcuni dei migliori ritmi ‘new roots’ degli ultimi anni a creare un clima sonoro di grande omogeneità. A cambiare atmosfera ed a dare varietà ci pensano comunque ‘Bad boy’ in combination con Sammy Dread (una ripresa piuttosto calligrafica a due voci di ‘Bad boy M16’ di Sammy dagli anni ottanta), la suadente combination ballad con I Wayne ‘Thin line’ e la bellissima ‘Tough time’ in cui la bellissima voce di Bushman a metà tra Peter Tosh e Luciano si unisce molto bene al flow di Chuck e ci fa rimpiangere i tempi in cui eravamo sommersi da dischi di ottimi cantanti.

Da questa traccia fino alla fine è il momento delle ballate con atmosfere eteree e timbro ‘Rasta Soul’ per Chuck, specialmente in ‘Want to be free’ e ‘Our father’. ‘Fullfillment’ non è di certo il disco che cambia la storia del reggae ma un lavoro incisivo ed onesto di grande concretezza e direi che di questi tempi non è poco.

Pier Tosi

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