Horace Andy
maggio 20, 2009
INTERVISTA
(Horace Andy al Sunsplash 2007: foto Marco Delfiol)
Horace Andy è una leggenda vivente del reggae e sarà una delle stelle della sedicesima edizione del Rototom Sunsplash. Non potevamo perdere un’occasione per incontrarlo come la data a Castelfranco Emilia (Modena) del tour promozionale di ‘Inspiration information’, la sua ultima fatica discografica realizzata insieme al produttore dance Ashley Beedle.
Il concerto ha mostrato una versione particolare di Horace, accompagnato solamente dalle scarne basi di Ashley e da una chitarra ed una tastiera eseguire tutti i brani di ‘Inspiration’ e solo un limitato numero dei suoi classici in coda: la sua voce però è stata all’altezza della sua fama ed ha incantato i presenti. Al festival però Horace tornerà accompagnato da un’intera band, la londinese Dub Asante, per proporre la lunga classica scaletta dai suoi capolavori Studio One alle big tunes degli anni settanta. Horace è abbastanza gentile ma ci accoglie dicendo subito che odia le interviste. Nonostante questo in un quarto d’ora abbondante risponde pazientemente alle nostre domande:
D:Come sei entrato in contatto con Ashley Beedle ed hai deciso di fare un disco con lui?
R: E’ stato Adam a dirmi che l’etichetta Strut era interessata a registrare alcuni brani con me. Dopo che i primi brani sono piaciuti all’etichetta mi hanno chiesto di fare un intero album. A quel punto Adam mi ha fatto conoscere Ashley, abbiamo parlato ed i nostri spiriti si sono avvicinati. Il resto ormai è storia…
D: ‘Inspiration information’ non è un disco reggae ma è comunque influenzato dal reggae e questo mi ricorda l’approccio del tuo lavoro con i Massive Attack. Che differenza c’è tra il tuo lavoro con i Massive e quello con Ashley?
R: Con i Massive è completamente differente. Nella musica dei Massive puoi sentire una mescolanza con il reggae. Sono stato io che ho detto ad Ashley che non volevo fare un album rigorosamente reggae e che volevo dei ritmi diversi e questo è quello che ha fatto ed il suo lavoro mi piace.
D: Come hai avuto l’idea di fare la cover di ‘Angie’ dei Rolling Stones?
R: Quando ero molto giovane amavo quella canzone ed ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto cantarla perché mi piace molto. Mentre facevamo il disco ho detto ad Ashley di quanto mi piacesse ‘Angie’ e lui ha trovato su internet il testo. A quel punto ho detto ai ragazzi come avrei voluto un buon ritmo per la canzone, con la batteria in un certo modo e quando mi sono alzato il giorno dopo non potevo crederci…durante le notte l’avevano fatto! A quel punto bastava solo registrare la voce.
D: Prima che tu diventassi un cantante da quali artisti eri influenzato?
R: Otis Redding, Delroy Wilson, Ken Boothe ed Alton Ellis. Le mie più grandi influenze erano Otis Redding e Roy Shirley.
D: Come hai iniziato a cantare?
R: I miei genitori mi hanno spedito in chiesa ed anche se non amavo particolarmente andarci mi piaceva molto cantare le canzoni di chiesa. In quel momento non pensavo di diventare un cantante ne ad imparare certi trucchi: come tutti gli altri amavo farlo e lo facevo. Quando ero a scuola poi Miss Pinnock, che dio benedica la sua anima, lei mi ha sentito cantare e strimpellare il piano e mi ha incoraggiato.
D: Quando eri a Studio One, oltre che una star come cantante solista, eri parte di un gruppo chiamato Underground Vegetables: che gruppo era?
R: Non era un vero e proprio gruppo. Eravamo io, Dennis Brown, Al Campbell, Larry Marshall e Miss Enid (Cumberland). Noi cantavamo le armonie nei dischi Studio One e ci siamo chiamati Underground Vegetables.
D: Puoi parlarmi della tua esperienza come membro del camp del produttore Bunny Lee?
R: Bunny è una brava persona: quando registravamo spesso non c’era e la produzione era affidata ai musicisti diretti da Robbie Shakespeare al basso. Molti produttori giamaicani non sono produttori di musica. Bunny aveva i soldi e finanziava la musica. Quando si parla di un produttore in genere si parla di un ruolo diverso, di una persona che sa suonare, sa leggere la musica, sa far funzionare le attrezzature di studio e al limite sa anche cantare: a quel punto questa persona può dirigere o consigliare altri artisti.
D: Nel 1977 ti sei trasferito in USA. Le condizioni di vita in Giamaica erano diventate difficili?
R: No, volevo solo cambiare come capita a molte persone.
D: In USA hai fatto lavori importanti come ‘In the light’ con Everton Da Silva e ‘Dancehall style’ con la Wackies, due dischi molto diversi tra loro…
R: Ti dirò una cosa. Quando ho cantato le mie parti vocali non immaginavo che ‘Dancehall style’ alla fine avesse tutti quegli effetti. Bullwackie ci ha lavorato in studio rendendo la parte musicale molto diversa da com’era in origine. Per ciò che riguarda Everton io vivevo nel Connecticut ed erano tre anni che non facevo musica…lui mi ha chiamato chiedendomi se volevo fare un album. Questo è successo all’improvviso e senza nessun piano prestabilito. Avevo le canzoni pronte e le ho registrate con Everton.
D: Al momento vivi in Giamaica?
R: Si.
D: Cosa ne pensi dell’attuale scena del reggae in Giamaica e dei nuovi artisti?
R: Mi piace la nuova musica che fanno i giovani che sento alla radio. Qualcuno canta ancora cose volgari o parla di armi ma ci sono tanti giovani con liriche conscious che mantengono vivo questo tipo di musica. Quelli che si stupiscono a sentire la slackness e le gun lyrics dovrebbero sapere che queste cose ci sono sempre state nel reggae. Clancy Eccles faceva cose di questo tipo, Niney le faceva e così tanti altri. Non puoi sempre criticare i giovani. Loro fanno quello che fanno perché quelli meno giovani li ispirano: quando ero piccolo volevo crescere e fumare le sigarette come i grandi e bere la mia birra…sono contento perché alla fine non ho fumato le sigarette…Molti dicono che quello che stanno facendo i giovani non è reggae. Io dico che anche quello è reggae. Il tempo cambia le cose e cambia anche la musica. Noi lavoravamo in analogico ed ora c’è il digitale anche se l’analogico non morirà mai.
D: Recentemente hai collaborato con Sly & Robbie per un CD intitolato ‘Livin’ it up’ con un suono molto roots…
R: Ancora una volta il risultato finale non è dipeso da me ma dai produttori. Tra l’altro non amo particolarmente quel CD: gli anni settanta sono finiti da un pezzo…puoi fare cose simili ma in chiave più moderna ma quella gente voleva rifare il suono di Channel One o di King Tubby letteralmente uguale…quei tempi sono passati da un pezzo e finiti e come ho già detto ora c’è il suono digitale.
D: Nella tua vita ti sei esibito tante volte in Giamaica, in USA ed in europa.: qual è il pubblico che ti da maggior soddisfazione?
R: Non ho preferenze: mi piace tutto il mio pubblico, mi piace a come reagisce alle mie canzoni. Apprezzo molto il fatto che in europa la gente segue molto la conscious music. In Giamaica amano di più chi canta di armi e di ragazze…se in Giamaica fai della Rasta music o del lovers rock la gente non si muove ed impazzisce appena inizia a strillare come se avessi un’arma in mano…Il mondo è cambiato molto, negli ultimi dieci anni le forze del male hanno preso molto piede…tutto dipende da chi ha il potere, il terrorismo dipende da loro…
D: Anche in Giamaica la situazione è peggiorata…
R: Si, ovunque lo stesso, non solo in Giamaica ma in Inghilterra, in America…adolescenti vengono pugnalati ed uccisi per pochi spiccioli…la situazione peggiora di giorno in giorno.
Pier Tosi
(un ringraziamento particolare a Massimo Loffredo e Bruno Giusti)
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