Top

Il Generale

settembre 15, 2009

INTERVISTAlive-ippodromo-firenze-12luglio2007
Vent’anni fa con l’uscita del primo 45 giri di reggae italiano e cioè il mitico ‘Non è un miraggio Roberto Baggio’, Il Generale sondava le possibilità creative che legavano la dancehall alla lingua italiana ed a liriche che raccontavano il quotidiano del nostro paese. Questo artista è ancora attivo ed è nel pieno di un momento di grande creatività con molti stimoli e la voglia di confrontarsi con molti artisti che siano vecchie conoscenze o personaggi più giovani. E’ da poco uscito il suo nuovo CD intitolato ‘Mille modi’: questo disco e questo periodo di grande creatività sono gli argomenti di questa nostra intervista:

D:Hai messo in atto una ottima idea per pubblicare il nuovo CD e cioè una sorta di azionariato popolare: ce ne vuoi parlare anche nell’ottica di dare l’esempio ad altri artisti per trovare nuove forme per lottare contro la crisi??

R: Diciamo che ho fatto di necessità virtù ma anche una scelta precisa e che, alla fine, sono rimasto positivamente sorpreso da come sono andate le cose. Con i tempi che corrono tutti sono preoccupati a fare bene i conti prima di investire in una produzione, così ho pensato che se avessi trovato 100 amici disposti ad anticipare 10 euro per comprare il nuovo CD avrei coperto gran parte delle spese. Doveva essere una cosa, diciamo, limitata a un giro di intimi. Strada facendo però ha preso un’altra fisionomia, qualcuno ha fatto persino l’annuncio su reggae.it e mi sono arrivate adesioni da un sacco di gente e da posti diversissimi. Sono arrivato a 150 sostenitori centrando l’obiettivo in pieno. E poi, oltre al CD, mi è venuta l’idea di allargare la cosa anche a un DVD in tiratura limitata per “celebrare” i 20 anni dall’uscita del 45 “Non è un miraggio Roberto Baggio/San Marco Skanking“!. Qui mi hanno dato una grande mano, in tutti gli aspetti della produzione, i Magazzini Musicali di Bologna. Il dvd si chiama “Mille modi il DVD: 1989-2009 20 anni di stile fiorentino”. Con il CD c’entra poco perché di fatto raccoglie una lunga intervista che mi hanno fatto proprio i Magazzini Musicali e spezzoni di video di 20 anni di carriera. E’ un documento “storico” è come tale va considerato, nel senso che le riprese sono molto low fi ma hanno un certo interesse come documenti. Sarà stampato in 100 copie (più o meno) e dato soltanto a chi ha contribuito alla realizzazione di mille modi. Conto però sul fatto che i video messi così a disposizione siano fatti girare il più possibile in rete.

D: Mi è venuta una curiosità: che cosa rappresenta la foto di copertina di ‘Mille modi’?

R: La foto di copertina raffigura semplicemente il figlio di un mio amico…la foto mi aveva colpito e ho deciso di usarla come copertina…

D: Sono ormai più di venticinque anni che fai musica sempre legata al tuo modo di percepire la realtà che ti sta intorno e a volte a soluzioni per cambiare le cose: è cambiato qualcosa dai tuoi inizi nei termini di ispirazione e composizione dei pezzi ? ti senti maturato?

R: Sinceramente si mi sento maturato, cresciuto nella composizione … o forse è solo che ho passato un momento particolarmente ispirato … certo l’età comincia a contare e difficilmente tornerò a fare le rime un po’ ingenue che facevo in “Stupefacente”. In questo nuovo album comunque mi sono voluto cimentare anche con temi più cari alla dancehall cercando di interpretarli nella mia prospettiva. C’è da dire che la grande differenza fra questo album e il precedente “Café Revolucion” sta nel fatto che l’album del 2007 voleva essere una testimonianza del suono della One Drop Band, mentre questo CD è un lavoro mio che per scelta coinvolge tante realtà diverse (la One Drop inclusa) a livello di collaborazioni. Il titolo non è a caso, mille modi sta infatti per i molti modi diversi di interpretare, intendere e vivere la reggae music e anche i modi diversi di ambientare alla la musica in levare dei testi in italiano.

D: Sembra che il dialogo con altri musicisti sia sempre fondamentale per te: vuoi parlarci della varie combinations e collaborazioni concretizzate in ‘Mille modi’?

R: Come ho appena detto, ‘Mille Modi’ vuole esprimere il fatto che vi sono molteplici modi di interpretare la musica in levare quando la si applica alle potenzialità narrative della lingua italiana. L’esplorazione delle possibilità dell’italiano (o al limite dei dialetti) è per me è un po’ un punto fermo e, in verità, sono forse ipercritico nei confronti di coloro che oggi sempre più provano a ricorrere all’inglese o al patwa adducendo di mirare così a un mercato internazionale. Non escludo che lo si possa fare, ma deve esserci una motivazione forte. Lo stesso discorso vale per le collaborazioni. Oggi si è sempre più tentati di collaborare con artisti giamaicani e va benissimo, ma nella mia prospettiva conta molto di più collaborare con gente che conosco da anni e con la quale ho condiviso molte cose piuttosto che mettere nel mezzo il giamaicano di passaggio rubandogli due strofe (magari pagandolo pure profumatamente). Sinceramente preferisco collaborare con gente semi-sconosciuta come Il Cerchioni, che oltre a una voce fantastica mette il cuore in tutto quello che facciamo insieme, che chiedere la collaborazione di un artista che non sa nemmeno chi sono solo perché il nome può attirare un potenziale pubblico. Poi non dico che una collaborazione con un cantante giamaicano non potrà accadere in futuro, ma devono esserci le condizioni, deve nascere in modo spontaneo. Il bello di ‘Mille Modi’ è che, fra produttori, musicisti e cantanti ospiti è stata coinvolta un sacco di gente che l’ha fatto per il piacere di fare qualcosa insieme, di condividere un progetto. Con alcuni degli “ospiti” si sono condivisi dei veri e propri percorsi comuni. Con il Cerchioni anzitutto che è un po’ un continuatore di quello che chiamo “stile fiorentino”; con El V con il quale condivido il progetto Veterano Vibrante che ci porta in giro nelle dancehall italiane e con il quale avevamo tirato su l’idea del sostegno ai campesinos chapateri del Café Rebelde Zapatista; con Jah Mento con il quale abbiamo suonato insieme live per anni assieme alla One Drop Band; con Prince Vibe e FedeK9 che rappresentano una delle più belle realtà del reggae italiano con il loro studio dove, fra l’altro, avevamo già registrato anche ‘Café Revolucion’; con MarkOne e Matteo Magni coi quali ci lega un rispetto e un’amicizia ormai ventennale; con Roby Gabrielli che, tramite Zero Plastica, è stato uno degli incontri musicalmente più interessanti avuti negli ultimi anni … e potrei continuare … è lo spirito che conta sennò la collaborazione a mio avviso è vuota anche se fai il pezzo più figo del mondo con l’artista più in voga del momento.

D: I temi classici di molte tue canzoni non mancano ma hai affrontato temi controversi anche all’interno della scena musicale: comincerei con la scelta di criticare chi si svuota le tasche per ‘tagliare’ dub plates di celebrati artisti stranieri…

R: Si, ho voluto dire la mia su alcuni temi legati al mondo delle dancehall. E quello del business dei dub plate è una di quelle cose che proprio non riesco a apprezzare. Lo special, secondo me, dovrebbe essere un regalo che un cantante fa a un sound e dovrebbe essere personalizzato per un certo sound. Invece quello che succede è paradossale. I sound bwoy fanno code di ora e pagano dei bei soldini per farsi fare dei dub in serie dove al massimo si nomina il nome del sound nell’introduzione, dub il più delle volte fatti in fretta e furia per massimizzare il guadagno e senza alcun rapporto che non sia quello economico fra chi li fa e chi li commissiona. Non sono contro i dub plate ma contro una situazione che va in senso diametralmente opposto alla condivisione di uno spirito a cui accennavo sopra. Il pezzo poi è abbastanza ironico perché se da una parte (de)rido il fatto di sborsare cifre assurde per farsi fare un dub, dall’altra mi immedesimo con la soddisfazione o il gusto di un selecter che piazza un bel dub durante una serata. Ma c’è una sproporzione fra il primo dei due aspetti e il secondo. Mi piacerebbe se almeno gli artisti italiani si rifiutassero di fare dub in serie e a pagamento e privilegiassero la personalizzazione dei dub per quei sound con i quali sentono una sintonia di vedute e di approccio. Forse sono un po’ demodé, ma secondo me è così che dovrebbe andare. Invece c’è una gran competizione a giro e sembra che avere un dub più di un altro sound o potersi permettere più special possibili sia quello che conta. E poi non sono tanti i sound che partecipano a competizioni internazionali e per i quali comprendo la necessità di avere speciali all’altezza delle situazioni. Molti, i più, mi sembra che stiano semplicemente seguendo una moda molto costosa e che farebbero meglio a comprarsi dei classici o a scoprire dei 45 non tanto noti ma micidiali del passato. Poi magari ogni tanto tagliare pure un dub, ma senza pensare che sia la cosa più importante.

D: passerei poi invece a ‘Copia pirata’ in cui hai un atteggiamento un po’ particolare visto che all’apparenza tu come artista potresti essere danneggiato dalla copia degli originali e dal download libero di materiale musicale…

R: No a mio avviso è vero l’esatto contrario. Il download e la possibilità di duplicare i CD rende possibile a un artista di raggiungere un sacco di gente e questa è la cosa più importante, specialmente oggi che il mercato è saturo di produzioni e i soldi per comprare i CD nuovi sono pochi per tutti. E poi anche in “Copia pirata” c’è una doppia lettura, da una parte dico che condividere la musica è una cosa positiva perché nessuno ruba niente a nessuno ma, appunto, condivide qualcosa senza privarsene (e infatti dico che “se fosse così anche per le cose o la terra forse non ci sarebbe più neanche la guerra”); dall’altra sostengo che per quanto possiamo copiare un CD non è la stessa cosa che avere un vinile originale, un vecchio Lp con la copertina che frigge da quante volte lo hai sentito o un singolo da suonare alle serate. E poi c’è un terzo aspetto, ovvero che il costo dei CD sul mercato finale è inaccettabile, e tutto perché ci sono un sacco di figure a dir poco parassitarie che stanno nel business musicale solo per trarne profitto e per colpa dei quali i prezzi levitano fino a oltre 20 euro nei negozi. Per cui, sostenere gli artisti è cosa sacrosanta e lo si fa acquistando i loro CD magari ai concerti dove si tagliano i ponti con tutti gli intermediari che fanno levitare i prezzi. Una volta acquistato un disco, farne copie agli amici o consigliare ai conoscenti di scaricarsi quell’album è cosa altrettanto buona: un efficace (e gratuito) mezzo di promozione. E se non hai potuto comprarlo al concerto o non hai soldi per comprarlo o semplicemente hai altre priorità ma sei curioso di sentire il mio disco allora scaricatelo, ma mettilo in condivisione e non bannare gli altri utenti.

D: Per chiudere ti chiederei un consiglio ciascuno a chi si accosta al mondo del reggae ora come semplice ascoltatore e chi invece ha appena deciso di iniziare ad esprimersi come artista in questo mondo…

R: Per chi inizia ad esprimersi con la musica o le liriche il mio consiglio è quello di non scimmiottare le cose che vanno per la maggiore ma di cercare sempre una propria strada, allo stesso modo per chi si accosta al reggae come ascoltatore il mio consiglio è quello di ascoltare con interesse e senza pregiudizi più musica possibile. Ormai la cultura del reggae ha preso piede e sono lontani i tempi in cui non passava serata in cui qualcuno ti chiedeva di suonare sempre e solo Bob Marley perché era l’unica cosa che già conosceva (quante “battaglie” per far capire che il reggae non era solo Marley, ma sono passati più di venti anni) ma il mondo della musica in levare è immenso, contiene dentro di tutto e lo si deve esplorare … e in quel mondo è bello sentirsi sempre dentro a un cantiere in cui sempre nuove cose sono in costruzione e nuove idee in circolazione. E dare il proprio contributo.

Pier Tosi

Commenti

Commenta!





Bottom