Cocoa Tea
February 23, 2009
INTERVISTA

(Cocoa Tea sul palco del Vibra – foto Bruno Giusti)
Cocoa Tea è un artista quasi leggendario: quest’anno compie cinquant’anni ed i suoi primi grossi successi risalgono a circa venticinque anni fa. Ha attraversato tante fasi della storia del reggae ed ha veramente tante storie da raccontare. Temiamo il peggio quando all’ultimo momento l’appuntamento che abbiamo al pomeriggio viene rimandato a dopo il concerto perchè Cocoa non vuole sforzare la voce.
L’atteggiamento ci sembra legittimo anche perchè deve cantare ben cinque volte in Italia e siamo solo nelle ore precedenti al suo secondo show. Effettivamente il concerto è bellissimo e forse è valsa la pena aspettare. Solo a tarda notte il grande cantante tiene fede al suo impegno e ci incontra nella hall del suo albergo. Nonostante la stanchezza inizi a farsi sentire ecco le sue parole:
(Su Sunny Vibes anche la recensione del concerto, la recensione di ‘Yes we can’ ed un profilo di Cocoa Tea)
D: Partiamo dal presente: Puoi raccontarci come hai avuto l’idea di scrivere una canzone su ‘Barak Obama’?
R: L’idea mi è venuta vedendo che quest’uomo aveva un messaggio giusto. Intendo che molti uomini politici a livello mondiale agiscono per dividere la gente e quindi sono portatori di messaggi negativi. Quando ho sentito le parole di fratellanza e di pace di Obama ho pensato che avrebbe sicuramente vinto le elezioni. Sentendo le sue parole ho pensato che questo era il modo giusto per intraprendere una campagna politica perchà© il mondo ha bisogno di unione e non di isolamento tra i popoli. Se vuoi che la gente si comprenda e si unisca non devi forzarli a fare il contrario come accadeva per esempio con l’amministrazione Bush.
D: Quali sono state le prime reazioni della gente, sia bianca che nera in USA alla canzone?
R: La reazione è stata molto buona da subito. La figura di Obama era comunque già portatrice di speranza a livello mondiale. All’inizio molti non pensavano fosse possibile che diventasse presidente poi il movimento è veramente cresciuto’
D: Andando all’inizio della tua carriera: so che provieni dalla campagna di Clarendon. Quando hai iniziato a cantare vivevi a Kingston?
R: No, ho iniziato a cantare a Clarendon, ho iniziato da molto giovane e viaggiavo a Kingston per registrare e tornavo nel country’
D: Quali erano le tua maggiori influenze?
R: La mia maggiore influenza in assoluto è stata quella di Dennis Brown, credo sia stato il più grande cantante che abbiamo avuto in Giamaica. Aveva questo modo così semplice di cantare e di produrre grandi hits. Ricordo che da giovane andai a Montego Bay al Sunsplash e Dennis salì sul palco all’alba dopo una lunga notte di shows ma l’attenzione della gente ed il modo in cui lo seguiva faceva sembrare Dennis il primo ad esibirsi perchà© nessuno mostrava la stanchezza ed erano tutti li ad acclamarlo ed ad ascoltarlo attentamente.
D: Una domanda su Junjo Lawes: ti ha scoperto mentre cantavi nella dancehall o attraverso qualche audizione?
R: Junjo mi ha sentito cantare nella dancehall: ogni volta che un grosso sound di Kingston suonava dalle mie parti andavo a sentirlo. Junjo aveva un sound chiamato Volcano ed una notte vennero a fare una dancehall vicino a casa mia. Ad un certo punto convinsi il selector a farmi cantare e dopo avermi sentito cantare davanti alla mia gente Junjo mi ha detto di andare a Kingston per cantare in studio. Andai a Kingston a Channel One e Junjo era la con tutta la sua squadra: c’erano Josie Wales, Charlie Chaplin, Luie Lepki, Linval Thompson, e Junjo disse ‘canta per me’. Iniziai a cantare e Josie Wales disse ‘Cocoa Tea è un giovane che avrà sicuramente successo’. Il mio ingresso sulla scena è stato quindi attraverso la dancehall.
D: Sei famoso per le tue canzoni su fatti politici o sociali come per esempio le canzoni sulla Guerra Del Golfo, lo scandalo Clinton/Lewinski o la stessa Barak Obama: pensi che uno dei doveri di un artista reggae sia di informare o innalzare il livello di consapevolezza della gente del ghetto?
R: Si assolutamente: penso sia un dovere di ogni artista di evidenziare la situazione della gente che vive in posti differenti rispetto alla Giamaica. Molta gente non ha la possibilità materiale ne la cultura sufficiente per vedere la CNN o la BBC o altre emittenti come la CBS o la NBC. Questo è il vero motivo per cui mi piace cantare queste canzoni oltre al fatto che molti argomenti o fatti mondiali riguardano in qualche modo anche chi non ha apparentemente alcun legame. Anche se tu vivi su una collina ed io in una valle, non è detto che alcune cose che riguardano me non possano riguardare anche te’
D: Negli anni ottanta eri un artista del camp di King Jammys: puoi raccontarci qualcosa di quella esperienza?
R: Jammys è sicuramente uno dei più grandi promoters del reggae in assoluto ed un grande produttore. Il motivo sta nella sua grande abilità nel trovare grandi artisti ed ottenere da loro grandi canzoni. Quando mi unii al camp di Jammys c’erano artisti come Half Pint, Junior Reid, Nitty Gritty, Tenor Saw, Nella sua scuderia lavoravano come musicisti Steely & Cleevie’c’erano Wayne ‘Sleng Teng’ Smith, Admiral Bailey’Lavorare con Jammys era praticamente l’avverarsi di un sogno perchà© quando un’etichetta raggiunge prestigio attraverso le sue hits ogni artista vorrebbe farne parte ed avere il suo nome sui suoi dischi’.
D: In seguito hai scritto importanti liriche conscious: ma tu sei cresciuto in un ambiente Rasta o hai sviluppato il tuo lato spirituale in seguito?
R: Si può dire che io sia nato Rasta’quando ero piccolo andavo in chiesa ed andavo nello stesso periodo ai nyabinghi’mi sono reso conto molto presto che il senso di fratellanza e comunità dei Rasta era più forte. In chiesa il prete chiedeva le offerte, le cose che la gente offriva venivano vendute alla gente perraccogliere le offerte. I Rasta erano diverse: le cose che venivano portate ai nyabinghi venivano date gratis ai partecipanti. Si portavano cibi e bevande e ganja e chiunque poteva prenderle senza pagare e questo significava un maggior spirito di comunità . Tutto veniva condiviso mentre in chiesa invece tutto veniva venduto per fare soldi.
D: Dopo Jammys sei entrato nella scuderia di Gussie Clarke’
R: Io con Home T e Shabba Ranks avevamo avuto un grosso hit per Jammys intitolato ‘Who she love’, era il primo numero uno di Shabba ed un grosso hit’Mikey Bennett era il produttore di Home T e collaborava con Gussie Clarke così ci portò in studio per lui con l’intenzione di dare un seguito a ‘Who she love’. Gussie viaggiava molto per lavoro in Inghilterra e al ritorno ebbe questa idea. Ci raccontò del grande successo delle radio pirata a Londra come Choice FM o Kiss FM che sfidavano la legge per trasmettere musica migliore. L’unica radio legale a quel tempo era la BBC e non trasmetteva molto reggae’Noi scrivemmo ‘Pirate’s anthem’ e fu un grosso hit ovunque e per la radio pirata divenne una sorta di inno.
D: Puoi parlarci delle tue collaborazioni con Bobby Digital e Fatis? Probabilmente hai incontrato Bobby ai tempi di Jammys per cui lavorava in studio’
R: Dai primissimi tempi in cui cantavo per me Bobby è stato come un fratello. Quando andai da Jammys, Bobby era il suo primo engineer in studio ed è stato importantissimo a favorire la mia unione con Shabba ed Home T. Home T una volta andò in studio per cantare una canzone ma il risultato non arrivava quindi Bobby chiamò me per far capire a Home T il giusto modo di cantare, Home T rimase impressionato dalla mia voce e fu così che iniziammo insieme coinvolgendo poi il giovane Shabba. Quasi nessuno sa che da Jammys avevamo addirittura una canzone in cui io cantavo e Bobby Digital faceva deejay style. La relazione tra me e Bobby non è una normale relazione tra produttore ed artista. I nostri legami sono profondi come se fossimo della stessa famiglia e la stessa cosa vale per Fatis. Io non penso a Fatis come al mio produttore ma come a mio fratello.
D: Ad un certo punto hai fondato la tua etichetta personale: nonostante i rapporti profondi di cui parli hai anche provato la strada dell’autoproduzione’
R: Si, ad un certo punto ho pensato che la mia lunga esperienza poteva favorire anche i giovani artisti. L’idea era di dare indietro qualcosa alla gente della mia comunità dopo tanti anni di loro incessante supporto. Ho pensato ai giovani meno fortunati della mia zona ed al fatto che Kingston è un posto molto duro. Molti ragazzi che aspirano ad essere artisti vengono dalla campagna ma sono spaventati dalla prospettiva di trasferirsi in città . Io quindi ho costruito il mio studio in campagna soprattutto per dare un aiuto ai giovani aspiranti artisti della mia area.
D: Hai iniziato a cantare negli anni settanta e la scena musicale era molto diversa. Cosa pensi della musica che viene prodotta oggi?
R: Non è un mistero che la musica prodotta oggi non ha la capacità di sopravvivere al tempo come molto reggae del passato. Io la chiamo ‘fast food music’, musica ‘usa e getta’’è come una macchina fotografica usa e getta che si butta dopo l’uso’Per esempio da quando è iniziata questa nuova fase della dancehall prova a vedere quanti artisti sono saliti alla ribalta comparati agli artisti che diventavano famosi un tempo e vedrai che sono pochissimi’un po’ come nella scena hip hop recente in America’in pochi hanno raggiunto la notorietà degli artisti soul di molti anni fa’la maggior parte degli artisti in Giamaica adesso ha qualche tune ma non riesce a sviluppare un percorso che duri un’intera vita’la differenza è noi ai nostri tempi abbiamo imparato bene il lavoro con una gavetta piuttosto lunga’adesso i giovani usano Pro Tools che io chiamo Pro Fools, (pazzi professionisti ndt.) ed è una cosa con il computer che non ti fa imparare niente. Non imparano nemmeno a cantare intonati perchà© usano questa cosa nuova che si chiama Autotune (è un correttore di intonazione digitale) che non richiede nemmeno che tu canti intonato. Come può imparare a cantare ed a comporre canzoni un ragazzo che usa Autotune?? Bisognerebbe loro insegnare a suonare la chitarra, gli accordi, come mettere le sillabe a tempo nel modo giusto sul beat, l’importanza della melodia’Di sicuro chi inizia usando l’Autotune non ha speranza di andare da nessuna parte’
D: Hai lavorato di recente con un produttore tedesco (Andreas Christophersen) nell’album ‘Biological warfare’ di cui hai interpretato anche stasera svariate canzoni. Cosa pensi degli europei che entrano nella scena musicale giamaicana come produttori o soundmen??
R: Il reggae non è ormai solo una cosa giamaicana e lo scambio fa molto bene alla musica’Noi giamaicani abbiamo iniziato il reggae ma c’è un mondo immenso fuori dai nostri confini’noi siamo venuti a suonare in Italia e gli italiani apprezzano e supportano la nostra musica. Io supporto tutti i produttori stranieri perchà© questa è una musica per tutto il mondo, per la gente di tutto il mondo, per noi è una cosa buona che una persona da un paese straniero voglia essere coinvolta nel reggae. Nella mia canzone io canto ‘Yes we can’ (noi possiamo) ed il pezzo dice ‘giapponesi e cinesi, spagnoli ed italiani, insieme possiamo farcela’’, possiamo far diventare questo mondo un posto migliore’l’importante è l’amore che abbiamo da dare al prossimo perchà© troppe cose ci hanno tenuti lontani, ci hanno separato. Lasciamo da parte le cose del passato come guerra e disprezzo’Se io faccio qualcosa per Andreas è perchà© il suo contributo rende la musica migliore, se gli stranieri hanno denaro da investire nella nostra musica questo fa migliorare anche la nostra economia’
Pier Tosi
(un ringraziamento particolare a Romano Pasquini ed allo staff della web TV di Magazzini Musicali e del Vibra)
Cocoa Tea + Turbulence live @ Vibra Modena (19 febbraio 2009)
February 23, 2009
RECENSIONE CONCERTO
(Cocoa Tea in azione al Vibra: foto Bruno Giusti)
Cocoa Tea è famoso per spostarsi il meno possibile dal suo country di Clarendon ma l’uscita del suo nuovo CD ‘Yes we can’ che passerà alla storia per contenere l’ottima ed oramai famosissima ‘Barak Obama’ val bene un tour mondiale di promozione. Questo suo passaggio dall’Italia insieme a Turbulence lo vede in azione nel nostro paese per ben cinque volte.
La nostra recensione riguarda il concerto del Vibra di Modena e cioè il secondo della serie: questo show va in scena di giovedì e dobbiamo dire che il pubblico non è numeroso come dovrebbe essere anche se l’accoglienza alla Step By Step Band in scena è piuttosto calda. Ovviamente Turbulence entra in scena per primo e ce la mette tutta per far capire che non è più un ragazzino ed ha grinta e tunes da vendere. Sia il turbante bianco da Bobo Dread che l’impostazione del live con i brani spesso solo accennati per far stare più canzoni possibile nei suoi quaranta minuti di show ricorda parecchio il suo artista di riferimento Sizzla Kalonji.
Nel suo convincente spettacolo arrivano una dopo l’altra ‘Life is not a game’ sul Doctor Darling riddim, le ottime ‘Rest a show’ e ‘Ethiopia awakes’ incise per Pow Pow (la prima sul Blaze e la seconda sullo Shanty Town), ‘We got the love’ in origine in duetto con Sasha e qui ben supportata dalle coriste e l’accativante ‘My amore’ dedicata alle signorine italiane. Il suo set non poteva non concludersi con ‘Notorious’ con la band a seguire in potenza il Bobo Dread che complessivamente da un’ottima impressione.
Ai concerti reggae di solito la qualità della band costituisce un’incognita ed un fattore importante per la riuscita: dobbiamo dire che questi ragazzi giamaicani della Step By Step svolgono un ottimo lavoro trainati da un batterista veramente massiccissimo. Dopo l’uscita di scena di Turbulence le nyabinghi vibes si fanno avanti e Cocoa Tea entra in scena alla grande in modo tradizionale con ‘Rastaman Chant’ di Bob Marley.
Nella sua ultima apparizione in Italia al Rototom Sunsplash 2009 c’era qualcosa di non convincente: nonostante fosse accompagnato dalla straordinaria Fire House Crew era evidente che non c’era stato il tempo di preparare un vero show ed alla fine il concerto era stato un francamente un po’ piatto susseguirsi di riddims con ‘Barak Obama’ fatta senza grande convinzione alla fine. L’impressione immediata è invece che questo show con la Step By Step è stato preparato piuttosto bene e le ottime versioni di ‘Bust outta hell’ e ‘Rikers Island’ lo simostrano ampiamente.
Cocoa è in ottima forma e tiene il palco alla grande sciorinando il suo notevole repertorio accumulato in quasi trent’anni di carriera. I suoi primi hits ‘Rocking dolly’ e ‘Lost my Sonia’ arrivano nella seconda parte della scaletta dopo una serie di grandi brani degli anni novanta come ‘Holy Mount Zion’, ‘Tune in’, ‘Love me’, ‘She loves me now’, ‘Israel King’ e ‘Good life’.
La band lo segue molto bene aumentando o calando l’intensità a seconda delle sue richieste ed anche il pubblico dimostra di divertirsi molto. Nelle tunes in origine in combination con Shabba il grandissimo cantante si diverte al solito anche a citare di persona la parte deejay style. Le numerose citazioni rendono il concerto una sorta di storia del reggae: su ‘Tek weh you gal’ Cocoa accenna ‘Stick by me’ di John Holt mentre nella già citata ‘Good life’ arriva ‘Party time’ dei grandissimi Heptones.
Nella parte Jammys con ‘Come again’ Cocoa cita alla grande il Johnny Osbourne di ‘Buddy Bye’ mentre nella parte finale di ‘Hurry up & come’ arriva anche la citazione magnifica del Luciano di ‘In this together’ . Una delle cose che ha più colpito chi vi scrive è l’ottima ed estesa interpretazione nella parte centrale di ‘Man from Spain’, ‘Blood & fire’ e ‘Biological warfare’ tratte dall’album registrato da Cocoa per l’etichetta tedesca Minor 7 Flat 5: evidentemente nella lunga lista di dischi questa collaborazione con Andreas Brotherman ha un significato maggiore per il grande cantante di quello che ci si potrebbe aspettare e questo è un buon pretesto per andarsi a riascoltare ‘Biological warfare’.
Dall’ultimo ‘Yes we can’ invece Cocoa Tea intepreta molto bene la title track ed ovviamente in chiusura ‘Barak Obama’ che conclude un concerto assolutamente splendido. Crediamo che in un’abbondante ora e venti di concerto Cocoa Tea abbia ottimamente mostrato a chi non lo conosce bene gli aspetti salienti della sua poetica e cioè musica conscious di grande effetto anche nella dancehall e le radici dell’autentica cultura popolare giamaicana esplorate con orgoglio ed autentica classe.
Pier Tosi
Approfondimento: U Roy!!!
February 19, 2009
Questa sezione di Sunny Vibes andrà a braccetto con gli annunci e le conferme degli artisti del festival e vi proporrà degli opportuni approfondimenti. La conferma di U ROY porta al festival un pezzo importante della storia della cultura giamaicana: nonostante già in parecchi avevano saltuariamente cercato di riprodurre l’uso del microfono del deejay durante le dancehalls degli anni sessanta, lui è andato molto oltre creando letteralmente il deejay style moderno e mettendo un anello fondamentale alla catena che porta da Lord Comic fino ad Elephant Man. Vi proponiamo quindi un profilo di questo importante personaggio ed un’intervista ripescata dai fornitissimi archivi di Vibes On Line.
U Roy
February 19, 2009

Dall’archivio di Vibes On Line vi presentiamo una vecchia intervista al padre del deejay style moderno U Roy. Sempre su Sunny Vibes è leggibile un suo profilo.
D: Come sei venuto in contatto con l’etichetta francese Tabou 1 e deciso di fare ben due CDs con loro?
R: Li ho incontrati a Parigi mentre ero in tour e mi hanno chiesto di fare qualcosa con loro. Guillaume ha deciso di fare una cosa diversa dal solito e di mettere insieme vari cantanti di luoghi diversi, alcuni cantanti francesi e jamaicani e di mettere insieme gli albums.
D: In tempi recenti hai realizzato alcuni albums anche per Mad Professor…
R: Il primo album che ho fatto con lui era ‘True Born African’, poi ho fatto Smile a while’ e ‘Babylon Kingdom must fall’. Mad Professor mi piace, il suo stile mi ricorda quello di Duke Reid e mi ricorda anche King Tubby perche’ mixa la musica nel modo in cui lo avrebbe fatto Tubbys, ed ha tante idee un po’ come Duke Reid.
D: Puoi parlarmi di Duke Reid?
R: Duke Reid aveva un grande fiuto per la musica e una vibrazione positiva e tante idee musicali: non era un uomo gentile ma potevi comunque lavorarci insieme. Mi e’ sempre piaciuto il suo gran fiuto per la buona musica.
D: Hai registrato i tuoi tre maggiori hits dei tuoi inizi con Duke Reid per la Treasure Isle label: avevi cantato i tuoi cuts al Treasure Isle Studio o da King Tubbys?
R: In quei pezzi la mia voce fu registrata al Treasure Isle Studio, ma quelli non furono i miei primissimi pezzi: avevo gia’ fatto ‘Earth rightful ruler’ per Lee Perry e ‘Dynamic fashion way’ per Keith Hudson, ma i miei primi veri grossi hits furono ‘Wake the town’, Rule the nation’ e ‘Wear you to the ball’.
D: I tuoi primi dischi quindi erano per produttori indipendenti come Lee Perry e Keith Hudson: ti ricordi la tua prima vera session con Lee Perry? Era con Peter Tosh ed insieme a lui in studio?
R: Si, Peter aveva un microfono ed io l’altro, fu veramente una bella session…
D: Ed a proposito di ‘Dynamic fashion way’ ?
R: Quello era un dub over perche’ l’altra voce era gia’ sul nastro ed io andai in studio e registrammo la mia voce sull’altra.
D: Quali differenze ci sono tra la dancehall music dei tuoi tempi, quella dell’inizio degli anni settanta e quella di oggi, sia in termini musicali che di attitudine?
R: La musica degli anni settanta aveva molti strumenti, c’erano trombe…tanti strumenti. Ora la musica e’ fatta dal computer, una cosa digitale e c’e’ molta differenza ed io preferisco sentire i veri strumenti…Loro poi dicono ‘Questo e’ raggamuffin’ ma il raggamuffin style e’ nato molti anni fa e la dancehall music esisteva gia’ molto prima che molti di questi ragazzi nascessero. Quando suonavamo nei sound system la musica era dacehall music ed era troppo grezza ed aggressiva per essere suonata dalle radio. In altre parole le radio non suonavano la nostra musica per mesi, quando invece era gia’ popolarissima nei sound systems. Quando alla fine le radio cedevano e programmavano le nostre canzoni diventavano immediatamente dei grandi hits perche’ era quello che la gente voleva…
D: Tu eri il deejay del King Tubbys Hometown Hi Fi Sound: puoi raccontarmi qualcosa su King Tubby e le vibrazioni che c’erano alle vostre dances negli anni settanta?
R: Credimi , Tubbys e’ il piu’ grande tecnico del suono che io abbia mai visto all’opera e la mia opinione e’ che lui era il migliore! C’era molta concorrenza e rivalita’ e lotte tra gente diversa. Tubbys comunque aveva costruito con le sue mani il suo sound system e suonava veramente bene.
D: Eri presente quando la polizia distrusse il suo equipaggiamento?
R: Dovevo raggiungere il luogo della dance ma non ero ancora arrivato, e mentre andavo la ho sentito parlare di quello che era successo e sono tornato indietro. In quel tempo la polizia commetteva molte brutalita’: la polizia picchiava la gente e distruggeva gli equipaggiamenti dei sound systems…
D: Tu sei un Rasta?
R: Si, io sono un Rasta e questa e’ la mia religione. Parliamo di amore, pace ed amore per tutti senza differenza di razza e di provenienza. Pace e amore: io credo in questi valori, credo che una persona sia innanzitutto un mio simile. L’Altissimo ha creato tutte le cose e lui sa benissimo il significato di ogni cosa. Non credo dovremmo discriminare o credere una razza inferiore. Solamente, ogni comunita’ ha il suo stile e dobbiamo rispettarci a vicenda.
D: Io so che tu eri innamorato della musica fin da piccolo…
R: Si, ero ossessionato dalla musica dei sound systems. Quando mia nonna mi mandava a fare compere al negozio ed incontravo sulla mia strada un sound system che suonava, lei poi si arrabbiava perche’ ritornavo a casa con un enorme ritardo.
D: Ti ricordi i primi sound clashes?
R: Ricordo che quando avevo circa diciotto anni andai ad un sound clash tra Duke Reid e Downbeat, ma il mio primo clash come protagonista fu intorno ai venti anni e fu veramente molto divertente, io amavo molto questo genere di cose.
D: In quale periodo hai costituito il tuo Sturgav Sound? Quando eri ancora con Tubbys o dopo che Tubbys si ritiro’?
R: Subito dopo il ritiro di Tubbys.
D: Con quali sounds ti scontavi con il tuo Sturgav Sound?
R: Con Black Scorpio, General Echo, GT e tanti altri….Sizzlers…comunque la gente amava veramente il mio sound.
D: So che pochi anni fa c’e’ stato un ritorno sulle scene dello Sturgav Sound in Jamaica: qual’e’ stata la reazione della gente?
R: E’ stato molto bello anche se ora le condizioni economiche della maggior parte della gente sono pessime e non ci sono molte dances in giro…abbiamo fatto anche alcune date in USA.
Pier Tosi
U Roy
February 19, 2009
E’ con grande piacere che celebriamo il ritorno a Osoppo di U Roy, l’uomo che quasi quarant’anni fa in Jamaica trasformo’ la semplice abitudine di parlare al microfono sopra i dischi mentre la gente ballava nello stile forse piu’ incisivo ed esclusivo del reggae: il deejay style.
Questo stile che aveva assunto una forma canonica negli anni settanta ed aveva influenzato perfino il nascere a New York del primo Rap, ha seguito le evoluzioni del dancehall style divendo ad un certo punto il ‘raggamuffin’ style quasi come lo conosciamo ora, al punto che possiamo affermare che artisti come Beenie Man, Bounty Killer, Elephant Man e Buju Banton, discendono tutti dalla sua tradizione.
Il suo vero nome e’ Ewart Beckfort e da piccolissimo è già un fanatico delle dancehall che frequenta spesso scappando di casa.
Diviene famoso come U Roy incominciando a lavorare come selector in vari sound systems nella seconda meta’ degli anni sessanta, il piu’ importante dei quali e’ King Tubby Hometown Hi Fi. La sua vita cambia quando inizia la moda, introdotta per errore dal soundman di Spanish Town Ruddy, di suonare dub plates senza la parte cantata del disco nelle dances: U Roy inizia a sperimentare il suo fraseggio su questi dischi strumentali riscuotendo un successo mostruoso, e sul finire degli anni sessanta Duke Reid, consigliato da John Holt, lo chiama in studio ad incidere i suoi brani sulle ‘versions’ di grandi brani rocksteady di pochi anni prima, creando cosi’ il primo nucleo di tracce di U Roy, come ‘Version galore’, ‘Rule the nation’ e tante altre.
Wake the Town’, ‘Rule the Nation’ e ‘Wear You to the Ball’: tre brani che andarono dritto ad occupare i primi tre posti della classifica giamaicana. E’ interessante notare come le version scelte per questi tre pezzi e cioè rispettivamente ‘Girl I’ve got a date’ di Alton Ellis, ‘Love is not a Gamble’ dei ‘Techniques’ e l’omonima track dei Paragons risalissero tutte ad almeno tre anni prima, in pieno momento d’oro del rocksteady. Ciò rappresenta sicuramente un indizio di quanto duratura fosse la fama delle perfette canzoni rocksteady prodotte da Duke Reid.
‘Wake the Town, ‘Rule the Nation’ e ‘Wear You to the Ball’ furono i primi tre singoli delle due decine abbondanti che U Roy incise con Reid fra il 1969 e il 1973, ottenendo grande popolarità e componendo un corpus di brani che suonano freschi ed eccitanti ancora oggi. U Roy consolidò il successo in quel periodo registrando ottimo materiale anche per altri produttori come Bunny Lee, Rupie Edwards, Alvin Ranglin, Lloyd ‘Matador’ Daley e vari altri. Nel 1971 anche i Wailers lo vollero sulla version dell’hit ‘Trenchtown Rock’ per la favolosa ‘Kingston 12 Shuffle’ (in cui compare anche Peter Tosh alla melodica).
Tra i produttori che comprendono la forza del deejay style e registrano U Roy in alcune delle sue primissime incisioni abbiamo anche Lee Perry e Keith Hudson, che addirittura precedono cronologicamente di poco Duke Reid nella scoperta. In breve tempo U Roy e’ l’uomo del momento e si crea una scuola del ‘deejay style’ con personaggi come I Roy, Dennis Alcapone, Jah Stitch e Big Youth. U Roy trascorre tutti gli anni settanta da vero capo-scuola facendo bellissimi album pieni di liriche Rasta che, sotto la produzione di Prince Tony Robinson, vengono distribuiti in tutto il mondo dalla etichetta Virgin.
Da vero padrino diventa padrone dello Sturgav Sound System, un sound che negli anni ottanta lancia stelle come Josey Wales, Charlie Chaplin e Brigadier Jerry. Anche di recente comunque U Roy e’ molto impegnato a registrare albums ed esibirsi nonostante gli anni passino e la sua fama resti comunque legata ai suoi leggendari inizi. Per i suoi meriti culturali il governo giamaicano lo ha insignito dell’onorificenza dell’Order Of Distinction nell’ottobre del 2007.
Intervista U Roy
Pier Tosi
Discografia Albums (selezionata):
U Roy (Attack 1974)
Dread Inna Babylon (Virgin 1975)
Natty Rebel (Virgin 1976)
The Best Of U Roy (Live & Love 1976)
Rasta Ambassador (Virgin 1977)
Jah Son Of Africa (Virgin 1978)
With Words Of Wisdom (Virgin 1979)
With a Flick of My Musical Wrist (raccolta Trojan 1988)
True Born African (Ariwa 1991)
Smile A While (Ariwa 1993)
Your Ace From Space (raccolta Trojan 1995)
Babylon Kingdom Must Fall (Ariwa 19979
Serious Matter (Tabou 1 2000)
Now (Tabou 1 2001)
Discografia singoli (selezionata):
Dynamic Fashion Way (Imbidimits 1969)
Wake The Town (Treasure Isle 1969)
Rightful ruler (con Peter Tosh; Upsetter Pre 1969)
Rule The Nation (Treasure Isle 1970)
Version Galore (Treasure Isle 1970)
Happy Go Lucky Girl (Treasure Isle 1970)
Tom Drunk (Treasure Isle 1970)
Dreamland Version (Trojan 1971)
Flashing My Whip (Treasure Isle 1971)
On The Beach (Treasure Isle 1971)
Wear You To The Ball (Treasure Isle 1971)
Kingston 12 Shuffle (Tuff Gong 1971)
Hudson Affair (Rebind 1972)
King Tubby’s Skank (Jackpot 1972)
Wet Version (Explosion 1972)
Chalice In The Palace (Groovemaster 1975)
Dread Inna Babylon (Virgin 1975)
Natty Rebel (Grrovemaster 1976)






