Bob Marley Magazine: Marco Basso intervista Bob Marley
April 27, 2009
INTERVISTA 
(Lo sguardo di Marco Basso che intervista Bob Marley)
Marco Basso è nato a Torino l’8 febbraio 1958. E’ felice di essere un acquario (come Bob Marley) e soprattutto di fare nella vita le cose che ama come occuparsi di musica e di arte figurativa. Giornalista musicale (La Stampa, Il Blues, Jazzit), conduttore radiofonico dall’alba delle private ai programmi di Radiorai (Stereodrome, Planet Rock, Stereonotte) è laureato in lettere e insegna storia dell’arte. Marco ha autorizzato Bob Marley Magazine a pubblicare la sua intervista e noi li ringraziamo per la concessione:
Marco Basso: Può spiegarci con precisione cosa sia la filosofia Rasta?
MARLEY: Non è solo una filosofia, è tutto ciò che risulta essere essenziale nella vita..Noi seguaci rasta rispettiamo i dieci comandamenti e osserviamo gli insegnamenti dell’unico grande libro
depositario della verità : la Bibbia.
MB: Ma è una vera e propria religione?
MARLEY: In realtà può essere di tutto, persino politica, ma non impone
assolutamente nulla e non ha bisogno di etichette precise. E’ invece
il solo mezzo a disposizione per sentire la voce di JAH, il nostro
Dio.
MB: Qualcuno, mi pare fosse Peter Tosh, sostiene che il rasta è l’unica vera luce che illumina e sempre illuminerà il mondo. Lei cosa ne pensa di questa definizione?
MARLEY: La trovo una bellissima definizione, davvero. Sono d’accordo
con Peter. Del resto, benchè molti giornalisti abbiano scritto il contrario, io e lui siamo quasi fratelli. Se le nostre strade si sono
divise, questo è successo perchè l’ha voluto JAH. Ognuno di noi ha un
preciso compito nel diffondere la nostra fede.
MB: Quali sono le sue impressioni sui giovani, sul pubblico italiano?
MARLEY: Non possono che essere delle buone, ottime impressioni, mi
sembra che amino quello che facciamo, ho sentito molta partecipazione
nella gente.
MB: Crede che gli italiani comprendano a fondo il messaggio rasta o pensa che si fermino ad una comprensione epidermica basata
esclusivamente sul godimento della vostra musica?
MARLEY: Io sono certo che la gente ascoltando la nostra musica, ballando i ritmi che noi proponiamo, comprenderà anche le parole, i
messaggi che sono indissolubilmente legati alle nostre canzoni, il nostro credo, la nostra fede, le nostre esperienze di popolo oppresso ed i nostri problemi. Noi fondamentalmente portiamo la verità e la gente sarà portata ad esclamare: ecco, ecco la verità . E poi il linguaggio musicale è sicuramente universale e questo porta alla comprensione del reggae ed anche al suo successo.
MB: Non ritiene che per il pubblico italiano, così legato alla
dottrina cattolica, vi siano problemi insormontabili e forse assoluta
incompatibilità alla comprensione del messaggio Rasta?
MARLEY: No perchè come dicevo già prima, la gente vuole la verità , che è universale. Quello che importa è che ci sia della buona gente pronta ad ascoltare, ed io sono sicuro che qui c’è.
MB: Quale rapporto intercorre tra l’Etiopia e la Giamaica che sono così lontane geograficamente tra loro?
MARLEY: Il rapporto è legato al nostro credo. Noi Rasta, che crediamo
nelle profezie di Marcus Garvey, siamo legati all’Etiopia perchè quella è la terra dei nostri padri e tutti noi siamo destinati a tornare là . Un giorno, secondo le profezie di Garvey, venne un re portato da un leone. Noi crediamo che il re sia Hailè Selassiè, il nostro ultimo Dio in terra. Lui è ancora vivo, si incarnerà in Ras Tafari e ci condurrà alla terra promessa. Non è assolutamente morto come qualcuno vorrebbe far credere. Ora non si manifesta unicamente perchè è nascosto in qualche parte del mondo per sfuggire alla cattiveria umana: un Dio non muore mai, come potrebbe?
MB: Perchè secondo lei il reggae oggi è così diffuso nel mondo e, soprattutto i giovani, molti amano questa musica?
MARLEY: Sicuramente perchè al mondo oggi ci sono pochi valori
autentici ed essenziali, mentre la filosofia ed il mondo Rasta,
ripropongono virtù e sentimenti che non possono morire.
MB: E’ cambiato qualche cosa dopo il grande successo commerciale che la musica reggae ha riscosso in tutto il mondo?
MARLEY: No, assolutamente, quel tipo di successo non ci interessa. Per
quel che mi riguarda io non vivo nel lusso e negli agi. Gran parte di
quel che io guadagno lo dispongo per i miei fratelli rasta che per
questo mi amano a mi rispettano. Voi stesso potete vedere quanta gente ci sia al mio seguito. Non è qui per onorarmi, ma sono io che li ho
voluti qui con me per toglierli dai ghetti e dalla povertà della mia terra. Le parole di una mia canzone dicono “La maggior parte della gente pensa che il bene verrà dal cielo, porterà via tutto e renderà tutti felici, ma se voi sapeste il valore della vita, cerchereste la vostra sulla terra. Ora che avete visto la luce, ribellatevi per i vostri diritti”. Ma ribellarsi con la fede, non con la forza..
MB: Non ritiene di essere di essere troppo legato all’industria discografica a scapito della credibilità e genuinità dei suoi messaggi?
MARLEY: No, perchè credo che sia chiaro a tutti che a noi non
interessa vendere dischi per guadagnare, ma unicamente perchè essi
sono il veicolo più semplice, secondo noi, per arrivare alla gente. Quello che noi facciamo è una missione: noi invitiamo il popolo a combattere spiritualmente, non fisicamente. Il nostro è quindi un messaggio di pace, di fratellanza.
MB: Quali altri messaggi crede di lanciare?
Marley: Quelli che mi stanno a cuore: non sono messaggi miei personali, ma di tutti i rasta. Io li comunico attraverso la musica reggae. Il reggae stesso offre messaggi autentici e concreti. E’ una
musica di lotta perchè combatte la corruzione, l’odio e la repressione
in maniera molto più efficace di quanto possano fare molti politicanti.
MB: Lei Marley, si sente un profeta?
MARLEY: No. Nessuno può essere profeta al di fuori di uno solo: Hailè
Selassiè, che per noi è il nuovo Cristo.
MB: Si sente allora un buon musicista?
MARLEY: Penso di sì, e parlo e predico con la musica perchè è lo
strumento più efficace ed a me più congeniale.
MB: E’ vero che lei prega con la musica e così si sente più vicino a Dio?
Marley: Certamente. La musica è molto importante. E’ un ottimo modo
per pregare ed essere vicini quanto più possibile a Dio, predicare le
sue verità ; proporlo a chi non lo conosce di modo che possa gioire
nella fede.
MB: Crede di essere soddisfatto di sè?
MARLEY: Sì, ma non sarò del tutto felice fino a quando non ci sarà la
nostra definitiva riunione in Etiopia. Quando, cioè, torneremo a riunire la nostra razza nella terra promessa dei nostri padri. Non sappiamo quando ci arriveremo e personalmente neanche mi interessa saperlo. Non abbiamo fretta. Ma sappiamo che ciò avverrà . Stà scritto.
MB: Perchè fumate la marijuana?
MARLEY: Nel nostro paese, a differenza da qui, noi fumiamo liberamente. Non perchè sia una moda, ma perchè l’erba è per noi come
una medicina, allevia tutti i mali ed elimina le incomprensioni tra gli uomini. Ci rende più vicini a JAH, più perfetti e più puri.
MB: Una caratteristica della sua immagine sono i capelli lunghi, incolti, riuniti in larghe ciocche intrecciate.
MARLEY: Questo non è un segno mio personale distintivo, nè tanto meno una moda. E’ una manifestazione esteriore della nostra fede, come una divisa, ed è sempre per manifestare le nostre convinzioni che spesso indossiamo indumenti e cappelli color giallo, rosso e verde, i tre colori Rasta.
Marco Basso
Gentile Concessione di Bob Marley Magazine
Bob Marley Magazine: intervista a Marco Basso che intervistò Marley a Torino nel 1980
April 27, 2009
INTERVISTA
(nella foto il biglietto del concerto di B.Marley a Torino)
In questa intervista ci occupiamo in particolare del concerto
di Torino, avvenuto il 28 giugno 1980. Ivan Serra e Marco Virgona di Bob Marley Magazine hanno parlato con il giornalista Marco Basso che quel giorno era negli spogliatoi dello Stadio Comunale ad intervistare Marley e a scattare alcune fotografie che hanno oggi un valore storico: sono l’unico documento fotografico certo relativo allo spettacolo di Torino.
Sullo show di Milano si è detto e si è scritto molto, spesso anche a sproposito. Su Torino, al contrario, le testimonianze fino ad oggi
erano state pressocchà© inesistenti tanto che non esiste neppure la
registrazione del concerto. Pertanto siamo particolarmente lieti di
pubblicare in esclusiva assoluta la testimonianza di Marco Basso, le
sue inedite fotografie ed in un altro articolo che segue l’intervista che lui stesso fece a Marley quel fatidico pomeriggio del 28 giugno:
BMM: La prima domanda riguarda proprio Lei: può dirci quale era la sua attività all’epoca dell’intervista, per quale giornale lavorava e
quali furono gli avvenimenti che La portarono ad intervistare Marley?
MB: In quel periodo, come certamente saprete, erano sorte molte radio
private, qualcuno le amava chiamare libere. Appena finito il liceo, nel 1976, io, grande appassionato di musica, ebbi così la fortuna di vivere quella stagione pionieristica della radiofonia e grazie ad un provino mi ritrovai a trasmettere per l’emittente torinese GRP. Curavo soprattutto delle trasmissioni specializzate di rock e di jazz e questo mi permise di seguire praticamente tutti i concerti che c’erano in città e all’epoca ce n’erano veramente moltissimi; si può dire che abbia avuto occasione di intervistare quasi tutti i musicisti protagonisti di quegli anni incredibili. Quando ci ripenso credo di essere stato veramente fortunato a vivere quegli anni in quella maniera.
Insomma se uno è appassionato di musica sono stato al posto giusto al momento giusto. Inoltre per me quegli anni sono stati una palestra impareggiabile che mi ha permesso di crearmi una professionalità che negli anni seguenti mi ha dato modo di scrivere su giornali e riviste specializzate, di vincere un concorso in RAI nel 1983 grazie al quale praticamente fino al 1997 ho curato delle trasmissioni di rock per Radiorai. Poi purtroppo la radio ha mutato linea editoriale e di trasmissioni di un certo tipo ce ne sono sempre meno. Così ho dovuto molto a malincuore lasciare (spero sempre temporaneamente) il mondo della radio e accontentarmi di scrivere di musica. Oggi collaboro con La Stampa e riviste specializzate come Il Blues, Jazz it ed altri, naturalmente sempre scrivendo di musica. Comunque all’epoca dell’intervista a Marley ero a GRP.
BMM: Dove e quando avvenne l’intervista? Cosa ricorda di quell’avvenimento?
MB: L’intervista avvenne prima del concerto, nel pomeriggio, negli
spogliatoi dello Stadio Comunale. Io ero da solo e dopo averlo aspettato qualche minuto arrivò da solo anche lui. In questo grande spogliatoio, al cui fondo ricordo una lunghissima tavola coloratissima per la varietà di frutta che vi era sopra, su di una panca c’erano alcuni dei Wailers con le mogli… credo che mi squadrassero da
lontano fumando come turchi. Ma le mie foto, anche se sbiadite, sono
meglio di qualsiasi ricordo.
BMM: Cosa ricorda maggiormente di Marley? Qual è il lato umano o fisico che l’ha colpita di più?
MB: Mi fece una certa impressione perchà© lo trovai piccolino, tutto sommato dall’aspetto un pò dimesso e molto più vecchio di quanto ricordassi dai filmati o dalle foto dei dischi. Forse stava già male. Ricordo i suoi lunghissimi capelli raccolti e delle mani lunghe ed ossute con delle unghie lunghissime. Umanamente mi fece molta
impressione per la convinzione con cui esponeva le sue idee sul
Rastafarianesimo, dottrina che mi sembrava veramente lontana da
qualsiasi nostro pensiero. Certo Marley era una persona molto determinata.
BMM: Sapevate voi giornalisti che Bob era malato di cancro? Bob era forse stanco, provato o appariva normale, visto che pochi mesi dopo morì?
MB: Io non sapevo assolutamente che stesse male. Come dicevo però
sembrava invecchiato e stanco, probabilmente i segni della malattia
erano già manifesti
BMM: Circola una voce secondo la quale Marley ebbe un malore dopo il concerto di Torino. Ricorda qualcosa in merito?
MB: No, nulla del genere
BMM: Ricorda qualche indiscrezione, qualche aneddoto o qualche curiosità riguardo al soggiorno di Marley in Italia?
MB: So e ho visto di persona che si era portato dietro uno di quei
carrozzoni da circo attrezzati a cucina. L’ho anche visto da vicino, era sistemato proprio all’ingresso degli spogliatoi del Comunale; pare fosse stato affittato dagli organizzatori del concerto ai Togni su richiesta di Marley stesso che voleva che a cucinare i suoi cibi fossero i propri cuochi.
BMM: Ricorda se Bob fu contattato o avvicinato da qualche cantante italiano?
MB: Personalmente non vidi nessuno.
BMM: Ha avuto la possibilità di intervistare o anche solo di conoscere altri artisti reggae?
MB: Nell’occasione del concerto torinese no. Conobbi ed intervistai qualche tempo dopo Peter Tosh.
BMM: Nonostante l’enorme successo dei 2 concerti italiani, Marley era pressochà© sconosciuto qui da noi fino a quel momento. Si conosceva la sua musica ma poco o nulla della sua personalità . Lei che impressione ha avuto di Marley come uomo? Che impressione le ha fatto intervistarlo allora e che impressione le fa adesso nel ricordarlo?
MB: Come dicevo di una persona molto determinata dotata di grande
magnetismo, sicuramente capace di calamitare attenzione su di se, un
leader. Ecco, per il modo di porsi, per le cose di cui parlava, un musicista atipico perchà© la musica sembrava lo preoccupasse molto
poco. Ricordarlo oggi mi fa una certa impressione perchà© forse non avevo così chiaro allora quale fosse veramente il suo reale peso
specifico e quindi non sono riuscito ad avvicinarlo con l’attenzione
che meritava.
BMM: Lei ha visto il concerto di Torino? Può raccontarci come visse e come fu vissuto dai media quel fatidico 28 giugno 1980?
MB: C’era certamente aria di attesa da parte del pubblico ed anche dei
giornali che, come spesso ancora oggi accade, vedevano il fenomeno
come un puro fatto di costume, una curiosità . C’era tantissima gente
ad assistere al concerto, molta musica dal primo pomeriggio e, calata
la sera, un tiratissimo set di Marley. Io mi trovavo proprio sotto il palco, nel backstage. Ricordo il tiro ritmico e la musica dondolante,
quasi ipnotica.
BMM: All’epoca la stampa nostrana si divise in due sull’atteggiamento nei riguardi di Marley: chi lo vedeva come un genuino portavoce delle istanze del terzo mondo, chi anche come un abile artista che sapeva muoversi nel business discografico. Quale è la sua opinione?
MB: Credo e spero nella prima ipotesi.
BMM: Marco Basso ci ha autorizzato a pubblicare la sua intervista a Marley. Ringraziamo Marco Basso per la sua infinita pazienza e disponibilità .
Bob Marley Magazine!
April 27, 2009
Inizia con questa presentazione un proficuo scambio tra Sunny Vibes e l’ottima webzine Bob Marley Magazine:
Da anni il Bob Marley Magazine si impegna con le sue interviste a raccogliere informazioni che neanche i libri biografici conoscono: “sapere come fosse marley fuori dal palco, aneddoti che ci aiutano a stimarlo di più e a comprendere meglio la sua personalità , di chi fosse realmente Bob come essere umano”. Read more
Lloyd Bradley – Bass Culture (Shake Edizioni)
April 23, 2009
Lloyd Bradley ha ultimato ‘Bass culture’ ancora nel vecchio millennio e la prima stampa inglese risale infatti al 2000: la milanese Shake lo ha tradotto in italiano e dalla fine dello scorso anno quindi una nuova eccellente storia del reggae è presente negli scaffali delle nostre librerie. Il sottotitolo della versione inglese non riportato in quella italiana era ‘When reggae was king’, quando il reggae era re, a sottolineare l’attenzione per gli anni ruggenti della musica giamaicana e sottintendere probabilmente una certa decadenza evidenziata in effetti nella parte finale del libro dove si fa riferimento a new roots e dancehall degli ultimi anni novanta.
L’autore mette in scena in tono colloquiale il racconto, per forza di cose piuttosto parziale, della genesi e lo sviluppo del suono giamaicano tenendo sempre presenti le vere radici della musica, il fatto che ben presto la musica reggae diviene l’orgoglio della gente che rappresenta e cioè i ‘ghetto sufferers’ ed il fallimento dei vari tentativi di altri di farla propria o di annacquarla od occidentalizzarla. Non a caso Prince Buster scrive l’introduzione evidenziandone i concetti base, proprio lui che aveva chiamato il suo sound system Voice Of The People per evidenziare l’ambizione di rappresentare le ambizioni, le speranze ma anche la rabbia e la disillusione della gente comune.
L’altro polo di ‘Bass culture’ è l’attenzione di come il reggae si sia sviluppato in Inghilterra attorno alla comunità degli emigrati caraibici sviluppando negli anni una voce peculiare e lottando per liberarsi da un complesso di inferiorità rispetto alla musica prodotta in Giamaica. Le parti migliori di ‘Bass culture’ sono quelle in cui Bradley lascia scorrere libere le parole dei protagonisti raccolte in interviste esclusive come per esempio quelle a Leroy Sibbles degli Heptones (ma anche bassista e supervisore delle sessions a Studio One), a Mikey Dread, a Dennis Bovell ed a svariati altri protagonisti. Mantenendo la narrazione piuttosto leggera e godibile Bradley spiega esaurientemente le dinamiche principali degli sviluppi e del raggiungimento della piena maturità del reggae in modo abbastanza appassionante.
Un chiaro limite di questo testo è liquidare in modo troppo sbrigativo la storia del reggae posteriore alla morte di Bob Marley alimentando un pregiudizio un po’ scontato che vorrebbe la musica giamaicana in declino da quel momento: la vera scommessa sarebbe stata invece appassionare i lettori anche ai tanti stili e movimenti artistici assai vivaci usciti dalla scena giamaicana anche dopo il 1981. La traduzione in italiano a volte però si sforza forse troppo di rendere il tono colloquiale dell’autore con scelte lessicali e formali a volte un po’ rigide ed innaturali. L’uscita della traduzione di ‘Bass culture’ porta in Italia comunque un testo assai interessante a cui speriamo seguano presto altre traduzioni.
Pier Tosi
Reggae Onde Radio 1: Vito War
April 23, 2009
Da oggi incominciamo ad occuparci con una serie di interviste anche di chi spinge la reggae music attraverso la radio in Italia. Nel nostro paese c’è una fitta rete di vitali trasmissioni radiofoniche sulla musica in levare che fanno del loro meglio per connettere il grande reggae e la scena locale delle bands e dei sound systems. Ovviamente non potevamo non iniziare dal mitico Vito War che quest’anno celebra ventun’anni on air su Radio Popolare, attualmente in network nazionale, con la sua storica Reggae Radio Station. Vito è uno dei maggiori punti di riferimento della scena reggae milanese ed italiana ed è anche molto popolare come dancehall selecter. Oltre che essere il più longevo programma radio reggae d’Italia Reggae Radio Station ha anche il primato del programma più lungo: facciamocelo spiegare da Vito stesso:
D. Come hai iniziato Reggae Radio Station nel 1988? E’ stato per caso o il frutto di un piano preciso?
R. Irie Irie Pier, Non si è trattato di un piano preciso ma magari di una serie di coincidenze. Partiamo con il presupposto che nel 1988 chi nutriva una vera passione per la reggae music e sentiva la voglia dentro di cercare almeno in quei tempi di proporre un nuovo suono era sicuramente una persona fuori dal coro.
Questi stimoli e questo stato d’animo hanno fatto si che io abbia organizzato in assoluto i primi eventi reggae live nel 1986 all’interno del Centro Sociale Leoncavallo nella sua sede storica appunto di via Leoncavallo e di aver costruito un piccolo ma accogliente spazio all’interno del Centro Sociale stesso chiamato “Flash It†dove organizzavo le prime serate in levare nella città di Milano. Ripensando ora a quei tempi devo dire che mi sento un vero pioniere.
La fatalità di cui ti accennavo prima e che in una delle serate si presentò Paolo Minella, un conduttore di Radio Popolare di Milano, e mi chiese se volessi condurre in combination una trasmissione appunto dedicata alla reggae music. L’occasione derivava dal fatto che in quel periodo un’altra fortunata trasmissione di radio Popolare e cioè “Bar Sport†condotta dalla Gialappa’s chiudeva i battenti e quindi si liberava uno spazio credo non molto ambito perchè si trattava di andare in onda la domenica notte tardi.
Naturalmente non ci pensai neanche un attimo e dall’inverno 1988 l’avventura nell’etere di Vitowar incominciò e cosi nacque Reggae Radio Station.
D: Ti ricordi che tipo di persone erano le prime a farti i complimenti ed a riconoscere la qualita’ del tuo lavoro in radio?? Ritrovi qualcosa di quel feeling in quelli che invece ti seguono assiduamente oggi?
R: Sicuramente le prime persone che si sono sintonizzate sulle frequenze di Reggae Radio Station e di conseguenza le prime anche a complimentarsi sono state coloro che assiduamente frequentavano le mie serate e che con il programma hanno potuto insieme a me anche allargare la conoscenza di molti artisti della scena reggae inglese e giamaicana. Voglio sottolineare che sia io che questi miei ascoltatori ci rendevamo conto che nello stesso periodo nascevano e si facevano spazio le prime reggae band italiane.
Molti anni fa i complimenti erano per così dire a pelle perchè le persone ti venivano a cercare fisicamente ed avevano molta voglia anche di scambiare opinioni e chiacchierare di musica e di artisti con il loro dj di riferimento. Ora con le nuove tecnologie sicuramente ricevo più complimenti via email ma rispetto agli scambi personali di quei tempi sono forse un po’ più freddi e meccanici
Questo è comunque il segno dei nostri tempi e direi che va molto bene anche così per quanto mi riguarda.
D: Parliamo nel dettaglio di Reggae Radio Station, un super-classico ascoltabile in tutta Italia grazie al digitale satellitare ed al network. Il programma va in onda su Radio Popolare: a che ora inizia?
R: Incomincio subito dopo il giornale radio delle 23.30 e vado avanti sino al mattino. Da un anno a questa parte lo slogan ufficiale è diventato ‘aspettando il sorgere del sole’. Più o meno mi fermo verso le sei ed ho preso questa decisione perchà© attraverso il podcast sono venuto a scoprire che molti mi ascoltano anche oltreoceano, molti italo-americani viste le differenze di fuso orario mi ascoltano dall’ufficio mentre invece qua vado in onda di notte. C’è gente che ascolta la prima parte, poi si deve alzare presto per andare al lavoro e riaccende la radio e mi ritrova in onda negli ultimi minuti. Devo dire con onestà che spesso uso a notte fonda degli inserti pre-registrati ma comunque do il massimo anche nelle registrazioni.
D: Quali sono i momenti migliori del programma dal tuo punto di vista o le cose per cui non smetteresti mai di fare reggae alla radio??
R: I momenti più belli di una diretta radiofonica sono sicuramente quando l’ascoltatore dimostra il suo apprezzamento su quello che stai proponendo intervenendo con chiamate, email o sms. Tutto ciò gratifica molto il mio lavoro in quel preciso momento e mi carica se possibile ancora di più. Pensare di smettere fino a che accade tutto ciò sarà ben difficile. Pier, considera che molti di noi sono in missione per conto di Jah. (scherzo)
D: Sei anche seguitissimo come dancehall deejay: quali sono le differenti emozioni tra essere in radio ed invece tenere caldo l’umore di una dancehall?
R: La differenza è ovviamente molta: alla radio posso e voglio trasmettere vibes che magari in una dancehall non credo possano avere lo stesso impatto emotivo però posso dirti che spesso e volentieri durante le serate ricevo richieste di tunes di artisti che ho proposto durante il programma e questo gratifica molto il mio lavoro come conduttore radiofonico.
D:Qual’e’ la ricetta vincente di Reggae Radio Station e cosa non deve mancare in un programma radio reggae?
R: Non deve mancare la voglia del conduttore di approfondire e poi far conoscere agli ascoltatori tutto quello che ruota intorno alla scena reggae essere aggiornato e proporre le novità senza mai però dimenticare le radici da dove tutto incominciò e soprattutto essere critico nei confronti di quello che si ritiene non in linea con gli insegnamenti dei padri di questo genere. Per quanto mi riguarda questi insegnamenti vanno al di la della musica e sono Rispetto, Fratellanza e Lotta per i propri diritti . E’ comunque sicuramente importante anche quello divertirsi il più possibile con la musica in levare.
D: Che consiglio dai di solito a chi si è da poco accostato al reggae per vivere al meglio questa passione?
R: Il consiglio che mi sento di dare e quello di approfondire la ricerca delle vibes e non fermarsi solamente all’aspetto superficiale del momento. Parlo direttamente ai lettori: con la possibilità che si ha in questi tempi andate a scavare soprattutto nel passato e scoprirete che sonorità che tanto ci piacciono oggi nella maggior parte dei casi hanno radici molto solide e abbinare suoni,cantanti, gruppi di un tempo con l’attualità almeno a me far venire sempre la pelle d’oca.
D: E che consigli dai invece a chi ha deciso da poco di diventare un reggae selector?
R: Di guardare sempre chi sta ballando: il deejay non ha lo scopo solamente a far sentire i dischetti che ha appena comprato o le tune che ha appena scaricato ma ha la responsabilità di divertire e far ballare la gente. E’ quindi opportuno cercare di dare una personale ed inconfondibile impronta alle selezioni che si propongono ma soprattutto fare in modo che il pubblico si diverta alle serate. In questo modo sicuramente chi si è divertito tornerà sempre più numeroso. Grazie Pier per l’intervista.
Un abbraccio a tutti i lettori e lunga vita al SUNNY. Ci vediamo al Rototom 2009!
Pier Tosi
VITO WAR TEN:
BOB MARLEY – One Love
MISTY IN ROOTS – Almighty
PETER TOSH – Get up stand up
ASWAD – Roots Rocking
GARNET SILK – Hello Africa
THE MAYTONES – Jamaica run things
JACOB MILLER – Tenament yard
DENNIS BROWN – Ghetto girl
GREGORY ISAACS – Night nurse
BLACK UHURU – Guess who’s coming to dinner








