Lincoln Sugar Minott (25 maggio 1956 – 10 luglio 2010)
July 12, 2010
Primissimi giorni di luglio del 1999: è appena scomparso a soli quarantadue anni Dennis Brown e sul palco del Rototom Sunsplash a Lignano Sugar Minott al termine di un bellissimo concerto paga tributo insieme a Frankie Paul al grande amico e compagno di Studio One con straordinarie versioni di ‘Revolution’ e ‘Here I come’. A noi che ci siamo sentiti per anni lontanissimi dai miti del reggae e dalle tante incredibili storie che abbiamo letto e sentito raccontare sembra invece per una volta di essere presenti ad un momento unico, di essere per una volta nel posto giusto al momento giusto. Ancora non sappiamo che il nostro festival negli anni futuri di momenti come questi ce ne regalerà parecchi altri.
Nell’agosto di quest’anno Sugar sarebbe dovuto tornare alla prima edizione spagnola del Sunsplash con la sua band ed il suo consistente carico di grandi canzoni: abbiamo saputo invece che il suo cuore non ha retto e che ci ha lasciato troppo presto sabato 10 luglio in un ospedale in Giamaica. Scompare il mito di uno dei più grandi momenti della storia del reggae e cioè il passaggio dalla roots music degli anni settanta alla dancehall degli anni ottanta ed all’età d’oro dei sound systems giamaicani.
Il suo nome esteso era Lincoln Barrington Minott ed era nato a Kingston il 25 maggio 1956: la sua vita è stata legata ad ambienti musicali fin dalla sua piu’ tenera eta’.
Dopo assidue frequentazioni delle dancehalls sia come cantante che come selector (la sua carriera di selector inizia al ghetto di Maxfield Park nel Sound Of Silence Keystone sound), termina la scuola e nel 1969 si unisce a Tony Tuff e Derrick Howard per formare un trio vocale improntato al roots: The African Brothers.
In questi anni di grande fermento della giovane scena reggae di Kingston, gli African Brothers cercano di avviare la loro carriera registrando brani per Mick Johnson e Ronny Burke (Micron Music), Keith Weston, Winston “Merrytone” Blake, Rupie Edwards e Coxsone Dodd, senza quasi mai abbandonare un approccio molto ‘culturale’ nell’ atteggiamento e nelle liriche. Tra le loro cose piu’ significative ‘Lead us father’, ‘Mistery of nature’, ‘Party night’, ‘Torturing’ e ‘Righteous kingdom’.
Il gruppo tuttavia si scioglie senza avere trovato la via del successo significativo, ma non prima avere ricevuto le attenzioni (e avere registrato per lui, come si diceva) di Coxsone Dodd, proprietario di Studio One e foundation-man di tutto il reggae. In realtà poi ‘No cup no bruk’ e cioè l’unico singolo del gruppo uscito a Studio One vede Sugar alla voce solista ed il contributo di Tony Tuff alle armonie vocali.
Sugar Minott comincia così a frequentare Studio One fin dall’inizio degli anni settanta, registrando canzoni, cantando armonie vocali alle sessions di altri cantanti e anche suonando occasionalmente le percussioni e la chitarra. In quegli anni Studio One perde la supremazia e subisce la maggior spinta creativa di personaggi come Joe Gibbs, Lee Perry, Bunny Lee o i fratelli Hookim: nella seconda meta’ degli anni settanta Studio One torna grande grazie a giovani cantanti che pennellano nuove straordinarie canzoni sui vecchi ritmi classici di piu’ di dieci anni prima, precorrendo le abitudini della nascente ondata della ‘dancehall’.
Sembra che sia stato proprio Sugar a suggerire a Coxsone Dodd l’idea di riaggiornare i cuts originali dei ritmi immortali che tutti i produttori stavano saccheggiando dal catalogo Studio One: essendo un grande conoscitore delle produzioni di Brentford Road il giovane componeva i suoi nuovi brani sulle storiche versions e dopo un’audizione con Coxsone fece notare al boss il fatto che non avrebbe avuto bisogno di una band che suonasse in studio ma solamente delle vecchie ‘basic tracks’ per confezionare dei ‘do-overs’ e cioè delle nuove canzoni che utlizzavano però i vecchi storici suoni delle versioni originali.
A Studio One Sugar si fa strada a colpi di singoli straordinari come ‘House Is Not a home’, ‘Vanity’, ‘Hang on natty’ e ‘Mr. DC’ ed intorno al 1978 in Giamaica e’ letteralmente l’uomo del momento grazie all’uscita del suo primo album su Studio One ‘Live loving’. La sua mossa ulteriore e’ l’abbandono di Studio One e la fondazione della sua etichetta personale Black Roots begin_of_the_skype_highlighting     end_of_the_skype_highlighting per cui inizia a fare uscire singoli dalla vena roots come ‘Man hungry’ e ‘River Jordan’. Le cose accadono molto rapidamente: Prince Jammy produce un altro dei suoi primi dischi intitolato ‘Bittersweet’ mentre la label di Brentford Road pubblica un altro album intitolato ‘Showcase’ che diviene subito un classico. Lo stile vocale di Sugar è molto dolce e rilassato e si mette in evidenza sia in canzoni d’amore che in ottimi brani roots e notevoli ‘reality tunes’ come il lamento del ‘ganjaman’ arrestato da un poliziotto senza scrupoli in ‘Mr. D.C.’ il ‘do-over’ di ‘Ain’t that loving you’ di Alton Ellis che diventa subito un autentico classico della cultura del ghetto. I suoi sforzi di autoproduzione danno subito frutti straordinari e cioè l’album ‘Black Roots’ ed un album cruciale, ‘Ghetto-ology’ uscito in Inghilterra su Trojan.
La strada piu’ semplice sarebbe a questo punto appoggiarsi ad un produttore che riesce facilmente a vendere albums alle majors labels a caccia dei nuovi Marley e Tosh, ma Sugar invece stanco dello sfruttamento sistematico degli artisti da parte di produttori senza scrupoli impegna le sue forze allo sviluppo ulteriore della sua Black Roots e soprattutto di Ghetto Youth Promotion, una struttura il cui scopo e’ di cercare di convogliare nella musica le energie dei giovani di talento dei ghetti in cui anche egli stesso ha origine. Nel frattempo il reggae sta cambiando profondamente dal suo interno: ormai le dancehalls e la scena dei sound systems influenzano cosi’ fortemente la musica che gli artisti piu’ popolari devono la loro fama quasi esclusivamente alle loro gesta nelle dances ed i produttori emergenti sono quasi tutti proprietari di sound systems o persone strettamente legate a quella scena. Il ghetto quindi si ri-impossessa del reggae al tempo del ‘dancehall style’, musica fresca ed immediata, comunicazione orizzontale dove non c’è divisione nei ghetti tra artisti e spettatori: l’attivita’ legata alla dancehall diviene il punto focale del reggae. Per fare canzoni non serve quasi nemmeno piu’ la chitarra ma bastano un microfono, un giradischi e le centinaia di ‘versions’ memorabili che arrivano perloppiu’ dall’era del rocksteady e che gia’ il Rockers Style qualche anno prima aveva iniziato a saccheggiare. Se la versatilità di cantanti come Johnny Clarke, Cornell Campbell o Linval Thompson anticipa quello che dovrà fare in seguito un buon cantante dancehall, Sugar Minott è uno degli artisti che raccoglie meglio questa lezione.
Le studio bands del Dancehall Style quindi non fanno che reinterpretare ritmi classici con un nuovo stile ritmico più lento e frammentato, il cosiddetto rub-a-dub style: in questo modo contribuiscono, oltre ad incendiare le yards giamaicane nei primissimi anni ottanta a tenere viva la tradizione del reggae.
Tornando a Sugar, il suo nome e’ cosi’ legato al Dancehall Style negli anni ottanta da avere addirittura una responsibilita’ seria riguardo all’origine del termine ‘Dancehall’ come definizione di un genere musicale: una serie di concerti dei piu’ popolari nuovi artisti fu organizzata da Inner City Promotions a Kingston. La ‘sigla’ ufficiale di questi eventi era ‘Dancehall we deh’ di Sugar Minott e per questo motivo questa importante serie di eventi fu intitolata semplicemente ‘Dancehall’ ed artisti ‘dancehall’ vennero chiamati i partecipanti a questa iniziativa.
Sugar Minott e’ a questo punto uno degli artisti reggae piu’ amati e la sua vulcanica attivita’ si sviluppa in varie direzioni: innanzitutto registra tantissimi singoli, sia autoprodotti che con altre labels, ad alimentare la febbre della dancehall. Molti di questi singoli sono ovviamente raccolti in vari albums importantissimi per capire la musica di questo periodo. I brani del periodo 1979-1985 sono sicuramente quelli per cui Sugar passera’ alla storia. Nel corso degli anni settanta l’industria musicale giamaicana ha creato importanti rapporti con Inghilterra, USA o Canada per espandere i mercati e creare opportunità economiche: quando in Inghilterra nasce il ‘lovers rock’, lo stile carico di soul molto apprezzato dalla componente femminile del pubblico, il dolcissimo flow vocale di Sugar è uno degli esempi da seguire ed il cantante si reca spesso a Londra per produrre musica adatta per il mercato locale e seguire accuratamente la distribuzione delle sue produzioni giamaicane.
In Inghilterra Sugar scopre il giovanissimo gruppo Musical Youth che arriverà all’enorme successo internazionale con ‘Pass the dutchie’, un rifacimento di ‘Pass the koutchie’ dei Mighty Diamonds. Nel 1981 la sua cover di ‘Good thing going’ dei Jacksons viene distribuita dalla RCA e raggiunge il quarto posto delle classifiche inglesi dei singoli.
Nel ghetto l’attivita’ con i giovani della Ghetto Youth Promotion, oltre alle produzioni discografiche, si concretizza nella formazione nel 1983 di un Sound System con lo stesso nome. Grazie ad una formidabile schiera di giovani artisti tra cui Nitty Gritty, Junior Reid, Yami Bolo, Don Angelo, Echo Minott, Tenor Saw e tanti altri (per inciso, molti di questi erano contesi tra i vari sounds) il Ghetto Youth Promotion sound si afferma come uno dei piu’ potenti sound system jamaicani, ed e’ protagonista di una epopea straordinaria di sound clashes, i piu’ memorabili dei quali contro Prince Jammys o Black Scorpio. Quando il dancehall reggae entra in confidenza con i suoni computerizzati lui e’ tra i primi ad utilizzarli sia nelle sue produzioni che nei suoi successi (su tutti ‘Herbsman hustling’ prodotta da Sly & Robbie sulla loro Taxi). Nonostante la sua grande popolarita’ internazionale Sugar Minott non ha mai allentato i suoi forti legami con i ghetti delle sue origini, rifiutando opportunita’ di successo e denaro pur di non abbandonare i suoi giovani protetti. Secondo alcuni molti giovani artisti legati a lui non hanno esitato invece a voltargli le spalle davanti ad opportunita’ di grande successo.
Nel suo album del 1983 ‘A lots of extras’ del 1983 collabora con Niney The Observer e con Channel One e durante gli anni ottanta e novanta oltre ad autoprodursi lavora con personaggi del calibro di Bullwackie, Mikey Dread e George Phang tra gli altri. Oltre alla già citata ‘Herbsman hustling’ i suoi hits maggiori del periodo sono ‘No vacancy’, ‘Jamming in the streets’, ‘Rub a dub sound’, ‘Buy off the bar’ e ‘Devil pickney’. Sugar è anche strumentale al lancio di nuovi producers come Donovan Germain e Fatis Burrell: per Germain offre una grande interpretazione nel singolo digital roots ‘Slice of the cake’ mentre per Burrell ha registrato i due ottimi albums ‘Run things’ e ‘Jah make me feel so good’ negli anni novanta. A causa della grande rapidita’ con cui gli stili e gli artisti si susseguono nella scena del reggae in generale e del dancehall reggae in particolare, in questi ultimi anni Sugar non ha prodotto grandi successi ma ha continuato la sua attivita’ con il suo sound system e con la diffusione su scala mondiale della sua musica e delle sue ristampe. Ha collaborato con Easy Star All Stars dando la sua magnifica voce a ‘Exit music for a film’ in ‘Radiodread’ e ‘When I’m sixty-four’ in ‘Easy Star’s lonely hearts dub band’.
Pier Tosi
Discografia Selezionata:
* The African Brothers: Collectors item (Uptempo) 1987
* Live loving (Studio One) 1978
* Showcase (Studio One) 1979
* Black roots (Island) 1979
* Bittersweet (Ballistic) 1979
* Ghetto-ology (Trojan) 1979
* Roots lovers (Black Roots) 1980
* Give the people (Ballistic) 1980
* African girl (Black Roots) 1981
* Good thing going (RCA 1981)
* Dancehall showcase (Black Roots) 1983
* With lots of extra (Hitbound) 1983
* Herbsman hustling (Black Roots) 1984
* Buy off the bar (Powerhouse) 1984
* Slice of the cake (Heartbeat) 1984
* Wicked a go feel it (Wackies) 1984
* Leaders of the pack (Striker Lee) 1985
* Rydim (Greensleeves) 1985
* Time longer than rope (Greensleeves) 1985
* Rockers award winners (w. Leroy Smart) (Greensleeves) 1985
* Inna reggae dancehall (Heartbeat) 1986
* Sugar and spice (Taxi) 1986)
* Double dose (w. Gregory Isaacs) (Blue Mountain) 1987
* Them a wolf (C&F) 1987
* Jamming in the streets (Wackies) 1987
* Dancehall ’87 (Youth Promotion) 1987
* African soldier (Heartbeat) 1987
* Best of volume 1 (Black Roots) 1988
* S.Minott & Youth Promotion (NEC) 1988
* Lovers inna dancehall (Youth Promotion) 1988
* Ghetto youth dem rising (Heartbeat) 1988
* Sufferer’s choice (Heartbeat) 1988
* The artist (L&M)1989
* The boss is back (RAS) 1989
* 20 Super Hits (Sonic Sounds) 1990
* Smile (L&M) 1990
* A touch of class (Jammys) 1991
* Run things (Exterminator) 1993
* Ghetto child (Dreadbeat) 1994
* Happy togheter (Dreadbeat) 1994
* Breaking free (Dreadbeat) 1995
* Collector’s collection (Heartbeat) 1996
* International (Dreadbeat) 1996
* RAS Portrait (RAS) 1997
* Jah make me feel so good (Xterminator/JetStar) 1997
* Easy Squeeze (World Rec.) 1988
* Reggae Max (Jet Star) 1998
Produzioni Black Roots/Ghetto Youth Promotion:
* Hidden treasures (Easy Star) 1999
E’ scomparso in Giamaica a 54 anni Sugar Minott
July 12, 2010
Un altro grande del reggae ci lascia prematuramente: nella sera di sabato scorso all’ University Hospital of the West Indies a St. Andrew è scomparso Sugar Minott, straordinario cantante che raggiunse il grande successo alla fine degli anni settanta proseguendo una grande carriera nel boom della dancehall del decennio successivo. La morte è dovuta a complicazioni dei problemi di cuore di cui Sugar soffriva da qualche tempo. Read more
Rototom Free!: un omaggio del festival al suo pubblico italiano
July 1, 2010
L’avevamo annunciato nella conferenza stampa di novembre: il Sunsplash è costretto ad abbandonare l’Italia, ma il Rototom non arretra di un millimetro nella battaglia culturale per il suo paese. Rototom Free, si svolge al Parco Del Cormor a Udine venerdì 2 luglio e sabato 3 luglio a ingresso rigorosamente gratuito ed è un contributo alla crescita culturale ed economica della nostra terra, ed è un omaggio alla gente che ci ha sempre sostenuto anche nei momenti più difficili. Read more
Annullato il tour europeo di Burro Banton
July 1, 2010
A causa di problemi dell’artista precedenti alla sua partenza l’intero tour europeo del veterano Burro Banton è stato annullato e quindi the Original Banton non sarà più presente in tutte le sue date programmate anche in Italia. Molte delle date in programma avranno comunque luogo con una line-up differente: per esempio al Caleo Reggae Festival la presenza di Burro è supplita da Jah Mason e Lutan Fyah.
Nas/Damian Marley – Distant Relatives (Universal Republic/Def Jam)
July 1, 2010
C’era molta attesa per questo lavoro di lunga durata dell’accoppiata Nas/Damian Marley. Con i suoi due albums precedenti ‘Half way tree’ e ‘Welcome to Jamrock’ Damian ha offerto grandi spunti alla scena reggae grazie alla sua abilità di autore, la capacità di rinnovare legittimamente la tradizione giamaicana attraverso l’attualità dell’urban black music e una grande dimestichezza con il mescolare generi differenti.
‘Road to Zion’, episodio importante all’interno di ‘Welcome to Jamrock’ aveva visto il figlio del grande Bob collaborare con ottimi esiti con il rapper statunitense Nas e l’annuncio del loro lavoro nuovamente insieme era visto un po’ come il continuum ideale di quell’esperienza. Il concept di ‘Distant relatives’ è da ricercare nelle radici africane comuni sia per la musica giamaicana che per l’hip hop: anche le liriche si rivolgono spesso all’Africa come culla dell’umanità nell’ardente speranza di una rinascita di questo continente dalle profonde ferite.
Si parte per esempio con un tributo in stile hip hop ad un re della musica africana che solo da poco ha la fama che merita: il ritmo r&b dall’Etiopia degli anni sessanta di ‘My own memories’ del padre dell’ethio-jazz Mulatu Astatke è la base di ‘As we enter’, il singolo di lancio del CD dove i ‘flows’ dancehall e hip hop dei due protagonisti si rincorrono in un clima di grande ballabilità . ‘Tribal war’ ha un’atmosfera moriconiana con un ritmo quasi dancehall a sospingere un intreccio di archi veri e sintetici che danno un’atmosfera solenne: come il titolo può suggerire, l’hook cita il roots anthem di Little Roy e le parti vocali di Nas e Damian sono incisive ed impeccabili. In questa traccia ed nella conclusiva ‘Africa must wake up’ il legame con l’Africa è garantito dalla presenza dell’MC somalo K’naan che a suo tempo accompagnò molte date del tour mondiale di ‘Jamrock’ come support act e che in termini stilistici è molto affine a Damian.
La marziale ‘Strong will continue’ fa riferimento al biblico armagideon e richiama anche se su atmosfere più rilassate molte espressioni di dolore e frustrazione della recentissima ‘ghetto music’ giamaicana. Si prosegue in stile militante con ‘Leaders’ in cui ritroviamo Stephen Marley nella doppia veste di vocalist e di produttore: questa lento tributo ai martiri della nazione africana è di sicuro uno dei vertici di ‘Distant relatives’. L’Africa torna in primo piano in ‘Friends’ e nel suo ritmo sorretto da una chitarra sognante e da cori assai evocativi: fino a questo momento il ‘mood’ generale è piuttosto teso con grande utilizzo di accordi in minore ma tutto cambia con ‘Count your blessings’, un orecchiabile numero pop che sorprende abbastanza chi conosce bene la discografia di Damian mentre l’atmosfera torna tesa in ‘Dispear’, un altro toccante tributo ad antichi e moderni re, statisti e condottieri africani.
Il roots reggae arriva potentemente alla ribalta con ‘Land of promise’, una rilettura abbastanza calligrafica di ‘Promised land’ di Dennis Brown con la presenza della voce del principe del reggae a garantire una combination virtuale da brivido. Dennis registrò la famosa traccia per gli Aswad nei primi anni ottanta con ancora nel cuore l’emozione del suo primo viaggio in Etiopia e questo è l’ennesimo riferimento spirituale all’Africa. La traccia è un po’ la ‘Welcome to Jamrock’ di ‘Distant relatives’ con l’originale lasciato inalterato a parte qualche spinta ritmica in più e superlative prestazioni vocali sia di Damian che di Nas. Al di la dello slancio emotivo provocato dalla presenza dell’immenso Dennis avremmo forse gradito ascoltare Nas e Damian su qualche ritmo reggae originale e non una ripresa piuttosto fedele che francamente non appare come il massimo di originalità .
Mancano le ultime cinque tracce: ‘In his own word’, ancora con Stephen è una ballata dolcissima con sprazzi di hip hop puro grazie a Nas mentre Damian rima potentissimo in ‘Nah mean’ in un ottimo equilibrio tra ‘original dancehall’ e radici sonore del rap. Il beat rallenta e l’atmosfera si fa notturna per ‘Patience’ con un campionamento ‘afro’ dai maliani Amadou & Mariam citati anche come autori. Con la sua carica gospel garantita dalla voce ammaliante della giovane ‘soul diva’ bianca Joss Stone ‘My generation’ è un’autentica canzone di redenzione e ricorda il ‘southern hip hop’ degli Arrested Development: la festa è rafforzata dalla significativa presenza di Lil’ Wayne mentre il finale è tutto per il versante afro-americano con il sublime ballatone soul ‘Africa must wake up’ con ancora K’naan in azione ed incedere ed accordi a citare più o meno consciamente ‘We the people’ del grande Curtis Mayfield. Siamo arrivati alla fine di un lungo ascolto e di una lunga recensione: chi cerca l’ortodossia roots o dancehall (e forse anche hip hop) sarà comunque disorientato da un disco che si muove in modo assai vitale verso molte direzioni allo stesso tempo e rilancia in qualche modo in un’epoca in cui tutto sembra stato già detto in termini musicali una nuova esperienza culturale afroamericana in un momento in cui se ne sente veramente il bisogno.
Pier Tosi










