Train To Roots – Breathing Faya (TTR)
October 6, 2011
Dopo l’ufficializzazione dell’ingresso del vocalist Rootsman I i Train to Roots hanno continuato a lavorare con grande tranquillità a questo terzo episodio della loro discografia nelle pause della loro abbastanza copiosa attività live: la scelta decisamente trasparente è stata comunque di rendere evidente a tutti il loro ‘work in progress’ attraverso la pubblicazione di vari nuovi singoli in free download in rete e di suonare i nuovi brani ampiamente in anticipo sulla release del CD.
Il risultato quindi è che questo ottimo ‘Breathing faya’ contiene molte tracce già note ma riserva comunque varie sorprese anche con le tracce ancora inedite. Dal suono meditativo e scarno degli esordi i paladini del roots & culture sardo hanno fatto tanta strada: i Train To Roots del 2011 si muovono verso varie suggestioni sonore guidate anche dai diversi stili dei loro tre vocalists tra il graffiante conscious sing-jay di Rootsman I, il cantato carico di soul di Paolino ed il ragga in dialetto di Bujumannu a rappresentare degnamente l’orgoglio culturale dell’isola.
La pressione del dito sul ‘play’ del lettore provoca subito una intensissima ondata di calore: si tratta di ‘Reggae lovers’, una tune corale, la dimostrazione del grande amore per la reggae music da parte dei Train, un brano che diventa subito un classico della loro produzione. Di seguito esplode poi ‘Shame’, la tune militante che tra le nuove viene accolta forse con maggior calore da parte del pubblico: aggiungiamo che il perfetto equilibrio tra suoni elettronici ed autentica attitudine roots di questo brano fotografa perfettamente una delle anime attuali del gruppo. Si prosegue con il beat quasi drum & bass di ‘Faya’, una delle più concrete espressioni del fuoco contro la corruzione politica a cui il titolo del CD fa riferimento seguita da ‘Bad moneypulation’ a mantenere alta la tensione positiva con il suo potente ritmo roots ed il ragga style di Bujumannu.
‘Il più bel sogno’ porta i Train nei territori del reggae delle origini con la voce caldissima di Paolino ed un ritornello che ti conquista immediatamente mentre il suono torna duro e militante e gli accordi in minore ed il ritmo incalzante lanciano l’ottima performance vocale di Rootsman I in ‘Enemies’. Le calde armonie di ‘Our love’ scaldano il cuore, ‘Walk’ riporta in evidenza l’amore della band per il suono inglese degli anni ’70 e la pulsante ‘Fogu’ riconnette ancora una volta i Train con le loro radici grazie alle liriche in sardo di Bujumannu.
La gioia di ‘Give thanks’ cantata in inglese da Rootsman I è un ringraziamento per il dono della vita all’altissimo, su atmosfere simili ‘Kumbatti’ è una dichiarazione di fierezza ancora una volta nella lingua madre e nel finale di ‘Water’ la voce di Paolino torna in puro ‘foundation style’ tra vari effetti dub ed un ritmo su cui non riusciamo a stare fermi. I Train To Roots centrano ancora il bersaglio con questo nuovo lavoro introducendo tanti nuovi spunti e raggiungendo un ottimo compromesso tra lo sviluppo di composizioni più elaborate rispetto ai brani degli esordi ed una grande resa live dei brani in accordo con la grande spontaneità che questo gruppo ha dal vivo.
Pier Tosi
Perfect – Back For The First Time (Lustre Kings)
October 6, 2011
Questo nuovo lavoro di Perfect è una vera sorpresa e di sicuro il più consistente tra I suoi quattro CD usciti finora. Coadiuvato dall’ottima attitudine produttiva della label Lustre Kings con contributi ‘esterni’ di Sam Gilly della House Of Riddim, di Nick Fantastic e della Presha Entertainment questo minuto ma energico Bobo Dread da vita ad una serie di canzoni con ottimi standards compositivi, un alto tasso di passione ed suoni suggestivi.
Si parte nel più classico dei ritmi one drop con ‘Eye water’, brano che introduce il mood di roots & culture incontaminato di ‘Back for the first time’. Si prosegue con ‘Hold on Buju’, delicato ed accorato brano dedicato a Buju Banton del quale è possibile vedere anche il video utilizzando il CD in un computer. ‘See U when U get there’ è un gioioso inno Rasta che porta Perfect in pieno stile roots anni settanta mentre ‘Fakers’, preceduta da un durissimo ‘speech’ contro il sistema di Babilonia registrato dal vivo, è una concreta invettiva contro i trucchi messi in atto ovunque dai corrotti politici abbellita da un ottimo arrangiamento di fiati.
C’è un unico ospite ma porta una notevole ventata di energia: stiamo parlando di Ginjah che in ‘Mash up di ting’ contribuisce a dar vita ad uno dei brani più belli dell’intero lavoro, un avvincente numero new roots ancora una volta infiammato dai bei suoni di fiati. La seconda parte del CD raggruppa una serie di brani più dolci in cui Perfect mette piacevolmente in scena registri vocali meno ‘urlati’: ‘Never gonna stop’ è una ‘ganja tune’ molto dolce ed ispirata ed è seguita in mood simile dalla ‘love song’ ‘Naturally’ e dalla bellissima dedica a Peter Tosh della suadente ed ispiratissima ‘Slave driver’.
Le emozioni comunque non sono finite e prima della fine del CD abbiamo le pregevoli roots vibes di ‘Coming up’ e ‘Doom’s day’ che fanno perdonare a Perfect lo scivolone finale dell’improbabile numero R&B che conclude e tra l’altro intitola l’intero lavoro. Oltre ai complimenti per Perfect menzione speciale per la Lustre King, un’etichetta indipendente che in un risaputo clima di grande crisi continua a percorrere la sua strada fatta di produzioni veramente eccellenti.
Pier Tosi
Alborosie conquista a Glasgow il MOBO Award come miglior artista reggae
October 6, 2011
(Alborosie – Foto: Luca D’Agostino)
Alborosie ce l’ha fatta battendo stars del calibro di Nas/Damian Marley, Movado e Khago: ieri notte alla cerimonia di Glasgow per la assegnazione dei MOBO Awards (MOBO significa Music Of Black Origin) si è aggiudicato il premio come miglior artista reggae. Stiamo parlando dei più prestigiosi premi riguardanti la black music in Inghilterra, da sempre uno dei paesi più importanti d’europa per ciò che riguarda il mercato del reggae. Alborosie ha vinto soprattutto ai copiosi voti dei suoi fans raccolti sul ito ufficiale dei MOBO. Read more
Leonard Dillon (1942-2011)
October 3, 2011
Leonard Dillon (1942-2011)
Perloppiù noto per la sua attività come leader degli Ethiopians o come solista con il nome The Ethiopian sempre per mantenere una relazione con lo spirito del suo gruppo, Leonard Dillon è stato uno dei grandi eroi sconosciuti dell’era del passaggio dallo ska al reggae tra il 1965 ed il 1970 e la sua attività si è comunque estesa ben oltre questo fantastico lustro.
Leonard nasce il 29 dicembre del 1942 a Snow Hill, nel parish di Portland e trascorre la sua infanzia allevato dai nonni: nonostante il loro background religioso cristiano allevano Leonard raccontandogli delle sue radici africane e di come la schiavitù abbia portato in Giamaica intere tribù dell’Africa occidentale. Questa educazione si rifletterà più tardi nella scelta del nome del gruppo e nel proposito di mantenere la propria arte vicina alle radici del suo popolo nel momento in cui invece molti altri artisti si rifanno allo stile dei gruppi soul americani.
Dopo essersi trasferito a Port Antonio dove ha le prime eseprienze musicali insieme al chitarrista Hux Brown il giovane Leonard si dirige poco più che ventenne a Kingston con le prime canzoni che ha scritto e con la speranza di affermarsi nell’ambiente musicale. Qui incontra Peter Tosh che impressionato dalla consistenza del suo materiale decide di dargli una mano: dapprima accompagna Dillon alla chitarra ed alla seconda voce in alcune prove e successivamente lo introduce agli altri tre Wailers che gli procurano un’audizione a Studio One. Alla presenza del boss Coxsone Dodd e di Jackie Mittoo e Lee Perry il giovane cantante passa l’audizione e viene invitato a registrare il giorno seguente insieme ad un nucleo di musicisti di studio che comprendono molti Skatalites: i frutti di questa prima session a Studio One sono le ska tunes ‘Ice Water’, ‘Bull Whip’, ‘Woman Wine & Money’, ‘What You Get You Must Take’ ed in una session successiva ‘I’m gonna take over now’.
In questi brani Leonard è accreditato con il suo primo pseudonimo Jack Sparrow (alcuni però saranno pubblicati più tardi come The Ethiopians) e viene supportato alle backing vocals dai Wailers e da un giovanissimo Delroy Wilson. A questo punto però la carriera dei Wailers si intensifica ed il trio non ha più tempo di occuparsi di Leonard che però incontra a Waterhouse Stephen Taylor e Aston Morris con cui forma il trio degli Ethiopians. Dopo un anno di prove per raggiungere livelli soddisfacenti i tre tornano a Studio One e registrano ‘Owe Me No Pay Me’, ‘Live Good’ e ‘Praise Far I’: a questo punto, insoddisfatto del trattamento economico, Aston lascia il gruppo che rimane un duo.
Tra il 1966 ed il 1968 in piena era rocksteady gli Ethiopians registrano per la WIRL i due hits ‘Engine 54’ e ‘Train to Skaville’ e svariate altre tracce per Prince Buster, Merritone, Lee Perry e Duke Reid. La fama del gruppo cresce e Leonard e Stephen vengono invitati in Inghilterra per il loro primo tour all’estero: Leonard lascia a Sonia Pottinger alcune sue varie produzioni come ‘Cool it amigo’, ‘The whip’, ‘The world goes ska’ e ‘Train to glory’ per la pubblicazione e la produttrice le stampa inserendo il suo nome nei credits di produzione in una sorta di furto senza poi dare i giusti crediti economici al malcapitato autore. Più o meno in questo periodo il gruppo fa l’incontro più importante della sua carriera legandosi a Carl ‘Sir JJ’ Johnson, un imprenditore che viene dal mondo della distribuzione dei juke boxes con cui Leonard e Stephen iniziano un sodalizio basato su ottimi presupposti economici e su di una grande fiducia reciproca. Sir JJ lascia carta bianca a Dillon ed arrivano alcuni degli hits più significativi della carriera degli Ethiopians come ‘Everything crash’, ‘The selah’, ‘What a fire’, ‘Hong Kong flu’, ‘Woman capture man’ e svariati altri.
I suoni di questi brani riecheggiano la tradizione popolare giamaicana del mento e della musica religiosa mentre i testi introducono tematiche Rasta ed evidenziano la disillusione popolare rispetto al fallimento dell’indipendenza della Giamaica per ciò che riguarda i bisogni collettivi. Il primo album del gruppo ‘Reggae power’ esce nel 1969 in Inghilterra sulla etichetta Trojan licenziato proprio da Sir JJ. Il sodalizio con questo produttore si interrompe a causa del suo tragico assassinio avvenuto a Kingston. Dal 1972 al 1975 gli Ethiopians registrano singoli per vari produttori senza purtroppo imbarcarsi in progetti più articolati: i loro dischi early reggae figurano nei cataloghi di personaggi come Derrick Harriott, Alvin GG Ranglin, Joe Gibbs, Winston Riley, Rupie Edwards e svariati altri.
Nel 1975 un altro evento tragico rallenta la carriera del gruppo: muore in un incidente automobilistico Stephen Davis, da lungo tempo socio musicale di Leonard negli Ethiopians. Dopo un periodo di profonda crisi dettata dal tragico evento Leonard si fa forza e mette insieme un a band ispirata dal suono nyabinghi con cui registra per Niney The Observer nel 1977 l’album ‘Slave call’, un lavoro che porta con buoni esiti le caratteristiche della musica degli Ethopians nel roots degli anni settanta (contiene addirittura un aggiornamento della classica ‘Train to Skaville’)con ritmiche nyabinghi ma che si perde un po’ in mezzo alla copiosa produzione del periodo nonostante la release inglese sulla etichetta Third World di Count Shelly. Lo stesso discorso vale per un album a nome Leonard Dillon registrato per Alvin GG Ranglin nel 1978 con il titolo di ‘Open the gate of Zion’.
A questo punto Leonard torna a collaborare con Studio One per cui esce nel 1982 il suo primo album a Brentford Road: ‘Everything crash’ contiene otto tracce con la riedizione del classico già registrato per Sir JJ e nuove tracce che utilizzano vari ritmi storici della premiata casa di Coxsone Dodd. Dopo un altro periodo di pausa Leonard, sempre più un artista solista, registra insieme ai Gladiators un album per l’etichetta americana Nighthawk intitolato ‘Dread prophecy’ che esce nel 1986 come uno degli ultimi lavori di questa etichetta famosa per il suo lavoro di tutela delle radici del roots reggae giamaicano. Nei primi anni novanta The Ethiopian si auto-produce un album abbastanza prescindibile intitolato ‘On the road again’ con lo spirito originario del gruppo che fatica ad entrare in sintonia con i suoni digitali che stanno andando per la maggiore. L’ultimo lavoro che citiamo è ‘Mystic man’, un nuovo album che Leonard registra per Studio One prima della morte di Coxsone Dodd ed esce nel 2002.
Nel corso degli anni comunque i classici degli Ethiopians della fine degli anni sessanta vengono ripubblicati in CD in varie compilations alcune delle quali realizzate senza alcun contatto, anche di tipo economico, con Leonard Dillon. Leonard si è spento il 28 settembre a Kingston a casa di sua figlia Patrice per un cancro ai polmoni ed alla prostata.
Pier Tosi








