Mungo’s Hi Fi – Forward Ever (Scotch Bonnet)
January 31, 2012
Abbiamo già scritto su Sunny Vibes del collettivo scozzese di produttori e selecters Mungo’s Hi Fi descrivendo la loro ecletticità ed il loro intento a spaziare tra i vari sottogeneri del reggae nonostante li si ritenga perloppiù affiliati alla confraternita europea del ‘deep roots’.
Nei loro ultimi singoli era già evidente una forte attrazione per la dancehall digitale giamaicana degli anni ottanta e novanta e questa attitudine è alla base di questa bella raccolta che esce come doppio vinile 12” oltre che come release digitale. Con gusto tutto giamaicano la rilettura ad opera dei Mungo’s di questo stile viene ribattezzata ‘Scrubadub style’ da uno dei padri della dancehall e cioè il compianto Sugar Minott: bisogna dire che ‘Forward ever’ non poteva avere miglior incipit di questo favoloso cut dell’Heavenless riddim ad opera dell’impareggiabile Sugar che è il più illustre di una lunga fila di vocalists ospiti.
Non potevano mancare alcuni ottimi brani già editi su singolo come la intensa rilettura di ‘Little way different’ di Errol Dunkley ad opera della voce di Pacey o la saltellante ‘Gimme gimme’ con Erroll Bellott lanciatissimo sul Bogle riddim. Altri momenti riuscitissimi sono ‘Session pon top’ con il francese Bigga Ranx su un ritmo in minore che segue l’attitudine per esempio di ‘Tempo’ di Anthony Red Rose prodotto da King Tubby, ‘Dem no like it’ con Omar Perry che cavalca un altro ‘minor chords riddim’ tra la dancehall ed il dubstep ed invece lo sconfinamento totale in questa più recente disciplina di ‘Musically’ con il mike fruttuosamente in mano ad uno dei più promettenti MCs britannici e cioè Mr. Williamz.
La label inglese Necessary Mayhem per cui questo vocalist incide la maggior parte dei suoi brani si è già distinta per il recupero creativo della dancehall digitale e non ci stupisce quindi la presenza qui di un altro dei ‘soldiers’ dell’etichetta londinese e cioè YT che si aggiunge il party sul lento e pesante beat di ‘Scream’ . Il giovane francese PupaJim riprende l’insegnamento di Tenor Saw in ‘Boat people’ e chiudiamo le citazioni con la vocalist scozzese di ambito drum & bass ed elettronica Soom T ad offrire un’incisiva prestazione sullo ska veloce sorretto da un piano molto Jackie Mittoo in ‘Bad bad boy’. Se gli scettici obietteranno che lavori come questi non sono il massimo dell’originalità noi pensiamo che la scena europea stia invece facendo molto per il reggae in questo momento di crisi proprio con prodotti dal basso a coniugare mirabilmente la passione e la qualità proprio come questi.
Pier Tosi
Biografia-Tributo di Winston Riley su Sunny Vibes
January 24, 2012
(Winston Riley nei suoi studi di Orange Street a Kingston – foto Luca D’Agostino)
A questo link la nostra biografia/tributo a Winston Riley
Il produttore Winston Riley legato allo storico marchio Techniques è scomparso a sessantasei anni a Kingston lo scorso 19 gennaio: vi avevamo già parlato dal suo ferimento da colpi di pistola alla testa ed ad un braccio nei pressi di casa sua a Kingston la mattina di martedì 1 novembre. Da quel giorno le condizioni di salute di Winston si sono aggravate fino alla sua morte. Il produttore aveva subito vari attacchi da ignoti negli ultimi tempi: nel settembre del 2009 i suoi studi a downtown Kingston erano stati danneggiati da un incendio doloso mentre quest’anno Riley era già stato colpito da arma da fuoco in agosto e accoltellato in settembre. Read more
Dub All Sense – Goodbye Riot (Universal Egg)
January 18, 2012
Partiamo dal senso letterale: Dub All Sense significa più o meno ‘ogni senso del dub’ e dietro il nome che ha scelto questa entità formata da Luigi Telese ed Enzo Daddio ed operante nella provincia di Caserta c’è la volontà di partire dalla roots music e dal dub reggae per sperimentare attraverso soprattutto le possibilità del suono digitale ed i nuovi sviluppi dell’estetica avviata tanti anni fa da personaggi come il leggendario King Tubby.
‘Goodbye riot’ è il secondo CD di Dub All Sense e segue il disco di debutto ‘Follow the lion’ prodotto nel 2009 da Madaski e Paolo Baldini. Per questo nuovo lavoro è stato opportunamente scelto invece l’apporto di Neil Perch di Zion Train in cabina di regia ed il supporto fisico (‘Goodbye riot’ è al momento disponibile in download sulle piattaforme digitali) dovrebbe quindi uscire per la sua Universal Egg.
Ancora in termini letterali il concetto di rivolta a cui il titolo fa riferimento è espresso da tese atmosfere e ritmiche serrate che non stonerebbero come contrappunto sonoro a scene di guerriglia urbana che si ripetono sempre più spesso in reazione alla folle deriva reazionaria del sistema globale: sono eloquenti in effetti in questo senso titoli come ‘Guerra’, ‘People under pressure’, ‘Warriah’ e ‘Flowers and guns’. Sin dalle prime note di ‘Maya song’ in apertura sono presenti echi ‘dubstep’ ma in una struttura più affine al dub digitale di derivazione reggae.
Terminata la collaborazione col vocalist Filippo D’Avanzo, Luigi ed Enzo hanno scelto di affidare i dieci brani cantati a vocalists differenti e la già citata traccia d’apertura ha l’interessante contributo di Rebecca Basso. Il napoletano MC Baco è presente nell’alternanza tra meditazione e carica ritmica di ‘Guerra’ e nel deciso ‘stepper’ di ‘Jump up’. Non poteva mancare l’unica traccia già edita come singolo vinlitico da Universal Egg e cioè ‘Colliman’ con l’ottimo contributo vocale del berlinese LongFingah, la jungle pervade ‘People under pressure’ su un giro armonico che riecheggia un classico Studio One come ‘Rock fort rock’ ed il cameo di una vecchia conoscenza della scena ‘digidub’ e cioè il giamaicano Fita Warri mentre altre tracce cruciali sono ‘Around the sound’ con il contributo vocale di SuzoMan, ‘Lose truth’ con il contributo degli avellinesi Addubbagò e ‘Warriah’ cantata dal partenopeo Mr. Dill.
Menzione d’onore alle altre voci femminili in evidenza e cioè Sistah Kinky e Marina P rispettivamente in ‘Flowers and guns’ e ‘Metropolis’ (quest’ultima indubbiamente una delle tracce migliori) ed alle riletture dub di ‘Warriah dub’ e ‘Pressure dub’ rispettivamente ad opera di Neil Perch e dei casertani Sativa Dub Station. In ‘Goodbye riot’ il duo di dubbers casertani azzecca l’importante appuntamento con il secondo disco e mette in mostra un’indubbia maturazione: lo consigliamo particolarmente a chi ama alternare l’ascolto del dub classico con spruzzate di jungle, drum & bass e dubstep.
Pier Tosi
Junior Sprea – Voce (Bonnot Music/Self)
January 16, 2012
L’autentico spirito della dancehall giamaicana è fatto di comunicazione orizzontale senza atteggiamenti da star da parte degli artisti, di storie raccontate a rappresentare la vita , le frustrazioni e le speranze della gente ordinaria: ogni artista che si ispira positivamente a questa entusiasmante tradizione ha il dovere di cercare una via espressiva che racconti vicende e sentimenti in modo semplice ma che abbia comunque originalità e stile, ha il dovere di maturare senza però smettere di avere l’entusiasmo e la carica creativa di un bambino.
Il giovanissimo vocalist milanese Junior Sprea mette in pratica con grande efficacia questi insegnamenti nel suo nuovo CD solista ‘Voce’ che arriva dopo il debutto di ‘2×2’ del 2009 condiviso con l’altrettanto giovane Dreama. Nelle undici tracce di ‘Voce’ abbiamo infatti buona tecnica vocale espressa nelle liriche rigorosamente in italiano che denotano comunque a tratti anche un eccelso livello poetico e soprattutto una cospicua quantità di cuore.
La ‘Voce’ che intitola il CD è il risultato della ricerca di una luce interiore ed il modo di esprimere la propria essenza e l’esperienza di vita unica che ognuno di noi ha: sul piano musicale questa traccia apre il CD con un ritmo ‘new roots’ la cui drammaticità ricorda un po’ il famoso Blaze Riddim. Si prosegue con ‘Senza alcun compromesso’ con un ritmo dancehall incalzante e di grande ballabilità in un autentico inno al magico potere di aggregazione del reggae edelle dancehalls come antidoto alla dilagante omologazione.
Il ‘fratello’ Dreama partecipa al party in ‘Siamo in Italia’, un irresistibile numero ska con la lirica che colpisce duro la corruzione ed il malcostume politico del nostro paese ma con grande carica e soprattutto impareggiabile ironia. Altri vertici di ‘Voce’ sono il reggae style di ‘Il mio mare, il mio vento’ dedicata con alto tasso poetico alle sofferenze degli immigrati, il bashment di ‘Algoritmo magico’ con l’apporto fondamentale del giamaicano diventato tedesco d’adozione Skarra Mucci, la saltellante ‘ganja tune’ ‘Lerba della zia’ che rischia di diventare l’anthem antiproibizionista dei nostri tempi e la suggestiva e serissima reggae tune ‘Il mio stato’ che torna sulla quotidiana ipocrisia italiana e sull’avanzare dei nuovi fascismi legittimati dallo stato.
Bonnot di Assalti Frontali produce ottimamente il tutto per la sua Bonnot Music (con episodici contributi di Raina, Greezly e Fabiano Pagnozzi) dando interessanti spunti musicali al notevole talento messo in campo da Junior Sprea.
Pier Tosi
Esther Anderson/Gian Godoy – Bob Marley: The Making Of The Legend
January 9, 2012
La sensazione creata dall’uscita di questo documentario è legata al fatto che contiene immagini inedite dei Wailers girate in Giamaica intorno al 1973 prima che uscisse ‘Catch a fire’ e quindi parecchio tempo prima del raggiungimento della enorme fama da parte di Bob Marley.
La sua autrice Esther Anderson (il film è co-firmato anche dal cineasta cileno Gian Godoy) è un’attrice e regista giamaicana che tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta ha lavorato alla Island di Chris Blackwell al seguito della carriera di artisti come Millie Small, Owen Gray, Derrick Morgan, Desmond dekker, Jimmy Cliff ed i Traffic: proprio ad un party legato alla promozione americana di questo gruppo conobbe nel 1973 Bob Marley a cui si legò ben presto in una relazione.
Oltre a recitare Esther aveva ambizioni di cineasta sperimentale e venuta in possesso in quei giorni di uno dei primissimi modelli di videocamera Sony dal regista giamaicano Dickie Jobson decise di realizzare un film sui Wailers integrandolo anche con immagini girate in pellicola Super8. Purtroppo però al ritorno del tour inglese a supporto di ‘Catch a fire’ Esther scoprì che tutto il materiale girato era sparito dalla stanza del quartier generale della Island a 56 Hope Road (quello che ora è il Bob Marley Museum di Kingston).
A distanza di più di trentacinque anni è tornato alla luce in modo rocambolesco il girato magnetico proveniente dalla videocamera che ora costituisce l’ossatura centrale di questo documentario messo insieme in modo indipendente e senza alcuna connessione con chi ora amministra l’impero economico legato alla memoria musicale della prima superstar del terzo mondo. Iniziamo col dire che si tratta di immagini in bianco e nero di breve durata e segnate decisamente dal tempo che occupano una porzione limitata di ‘The making of a legend’: in una lunga sequenza Esther chiacchiera con Bob Marley e Peter Tosh in una stanza di 56 Hope Road fissando ai posteri un classico reasoning giamaicano condito dagli immancabili enormi spliffs. Sia Bob che Peter non hanno ancora i dreadlocks ed il loro aspetto è assai diverso da quello che tutti conoscono, i loro visi magri ed affilati.
Ci sono anche alcune sequenze girate ad una gita alle cascate del Cane River con i rilassati e sorridenti Wailers che ridono e scherzano nell’acqua tra i massi del fiume ma la parte di gran lunga più emozionante riguarda una seduta di prove ripresa a 56 Hope Road. Immagini evanescenti inquadrano il viso di Bob con i capelli afro chino sulla chitarra mentre suona e discute di accordi con Peter e Bunny: curiosamente i suoni quasi psichedelici della chitarra ritmica compongono ‘If loving you is wrong’ di Luther Ingram a dimostrare di quanto fosse importante per queste aspiranti stars giamaicane il suono del soul nordamericano a loro contemporaneo.
Il veto all’utilizzo di canzoni note e protette da copyright (l’uso autorizzato sarebbe molto costoso) viene aggirato doppiando parte di queste sequenze con una versione acustica di ‘Lessons in my life’ cantata congiuntamente da Kymani Marley e Andrew Tosh ad emulare i loro più famosi genitori. A corredo di queste brevi sequenze una lunga intervista di Esther racconta estesamente la sua storia con Bob Marley ed il suo importante contributo alla musica ed alla estetica dei Wailers: a quanto sembra fu lei ad aiutare Bob a comporre molti dei brani di ‘Catch a fire’ e ‘Burnin’ ed a suggerire al gruppo di incorporare nella musica suoni Nyabinghi ed elementi di matrice Rastafari.
Alcuni dei suoi racconti suonano controversi e discutibili come per esempio la genesi di ‘I shot the sheriff’: secondo la Anderson Bob non contento del fatto che lei usasse contraccettivi attribuisce simbolicamente il ruolo dello sceriffo John Brown della canzone al di lei ginecologo le cui prescrizioni mediche gli avrebbero impedito una ulteriore paternità con lei. In una clip tratta dalla televisione giamaicana JBC negli anni settanta Esther parla in un’intervista dell’importanza culturale del cinema e la relativa economicità di cineprese super8 e telecamere ed invita i giovani giamaicani ed esprimere la loro realtà attraverso films e documentari.
Anderson e Godoy tornano di nuovo in Giamaica a filmare a distanza di più di trent’anni i luoghi dove ebbero luogo quelle vicende ed a ri-incontrare amici come il pittore Ras Daniel Hartman o Countryman che fecero parte dell’entourage dei Wailers in quei giorni. Le loro interviste contribuiscono in modo importante al ricordo di quei giorni prima del grande successo dei Wailers e successivamente di Bob, Peter e Bunny separatamente. Durante questo periodo al seguito dei Wailers Esther ha scattato anche molte foto (è suo per esempio il famoso scatto del retro di copertina di ‘Burnin’) e molte sue belle immagini quindi corredano il documentario: le migliori riguardano una sequenza a colori con Bob impegnato a cambiare una ruota ad un’auto durante una gita nel country giaamicano.
Il pregio di questo ‘Making of a legend’ è sicuramente il riportare alla luce immagini importanti seppur di non buona qualità e di raccontare in modo originale un passaggio importante della vita e della carriera di Marley mentre il difetto è il fornire solamente una faccia della storia isolandosi da altre testimonianze, anche se questo aspetto è dovuto sicuramente anche al fatto che questo film è prodotto in modo indipendente ed è praticamente stato ignorato (se non boicottato) da ora chi amministra l’immagine ufficiale di Bob Marley.
Pier Tosi









