Lincoln Sugar Minott (25 maggio 1956 – 10 luglio 2010)
luglio 12, 2010
Primissimi giorni di luglio del 1999: è appena scomparso a soli quarantadue anni Dennis Brown e sul palco del Rototom Sunsplash a Lignano Sugar Minott al termine di un bellissimo concerto paga tributo insieme a Frankie Paul al grande amico e compagno di Studio One con straordinarie versioni di ‘Revolution’ e ‘Here I come’. A noi che ci siamo sentiti per anni lontanissimi dai miti del reggae e dalle tante incredibili storie che abbiamo letto e sentito raccontare sembra invece per una volta di essere presenti ad un momento unico, di essere per una volta nel posto giusto al momento giusto. Ancora non sappiamo che il nostro festival negli anni futuri di momenti come questi ce ne regalerà parecchi altri.
Nell’agosto di quest’anno Sugar sarebbe dovuto tornare alla prima edizione spagnola del Sunsplash con la sua band ed il suo consistente carico di grandi canzoni: abbiamo saputo invece che il suo cuore non ha retto e che ci ha lasciato troppo presto sabato 10 luglio in un ospedale in Giamaica. Scompare il mito di uno dei più grandi momenti della storia del reggae e cioè il passaggio dalla roots music degli anni settanta alla dancehall degli anni ottanta ed all’età d’oro dei sound systems giamaicani.
Il suo nome esteso era Lincoln Barrington Minott ed era nato a Kingston il 25 maggio 1956: la sua vita è stata legata ad ambienti musicali fin dalla sua piu’ tenera eta’.
Dopo assidue frequentazioni delle dancehalls sia come cantante che come selector (la sua carriera di selector inizia al ghetto di Maxfield Park nel Sound Of Silence Keystone sound), termina la scuola e nel 1969 si unisce a Tony Tuff e Derrick Howard per formare un trio vocale improntato al roots: The African Brothers.
In questi anni di grande fermento della giovane scena reggae di Kingston, gli African Brothers cercano di avviare la loro carriera registrando brani per Mick Johnson e Ronny Burke (Micron Music), Keith Weston, Winston “Merrytone” Blake, Rupie Edwards e Coxsone Dodd, senza quasi mai abbandonare un approccio molto ‘culturale’ nell’ atteggiamento e nelle liriche. Tra le loro cose piu’ significative ‘Lead us father’, ‘Mistery of nature’, ‘Party night’, ‘Torturing’ e ‘Righteous kingdom’.
Il gruppo tuttavia si scioglie senza avere trovato la via del successo significativo, ma non prima avere ricevuto le attenzioni (e avere registrato per lui, come si diceva) di Coxsone Dodd, proprietario di Studio One e foundation-man di tutto il reggae. In realtà poi ‘No cup no bruk’ e cioè l’unico singolo del gruppo uscito a Studio One vede Sugar alla voce solista ed il contributo di Tony Tuff alle armonie vocali.
Sugar Minott comincia così a frequentare Studio One fin dall’inizio degli anni settanta, registrando canzoni, cantando armonie vocali alle sessions di altri cantanti e anche suonando occasionalmente le percussioni e la chitarra. In quegli anni Studio One perde la supremazia e subisce la maggior spinta creativa di personaggi come Joe Gibbs, Lee Perry, Bunny Lee o i fratelli Hookim: nella seconda meta’ degli anni settanta Studio One torna grande grazie a giovani cantanti che pennellano nuove straordinarie canzoni sui vecchi ritmi classici di piu’ di dieci anni prima, precorrendo le abitudini della nascente ondata della ‘dancehall’.
Sembra che sia stato proprio Sugar a suggerire a Coxsone Dodd l’idea di riaggiornare i cuts originali dei ritmi immortali che tutti i produttori stavano saccheggiando dal catalogo Studio One: essendo un grande conoscitore delle produzioni di Brentford Road il giovane componeva i suoi nuovi brani sulle storiche versions e dopo un’audizione con Coxsone fece notare al boss il fatto che non avrebbe avuto bisogno di una band che suonasse in studio ma solamente delle vecchie ‘basic tracks’ per confezionare dei ‘do-overs’ e cioè delle nuove canzoni che utlizzavano però i vecchi storici suoni delle versioni originali.
A Studio One Sugar si fa strada a colpi di singoli straordinari come ‘House Is Not a home’, ‘Vanity’, ‘Hang on natty’ e ‘Mr. DC’ ed intorno al 1978 in Giamaica e’ letteralmente l’uomo del momento grazie all’uscita del suo primo album su Studio One ‘Live loving’. La sua mossa ulteriore e’ l’abbandono di Studio One e la fondazione della sua etichetta personale Black Roots begin_of_the_skype_highlighting end_of_the_skype_highlighting per cui inizia a fare uscire singoli dalla vena roots come ‘Man hungry’ e ‘River Jordan’. Le cose accadono molto rapidamente: Prince Jammy produce un altro dei suoi primi dischi intitolato ‘Bittersweet’ mentre la label di Brentford Road pubblica un altro album intitolato ‘Showcase’ che diviene subito un classico. Lo stile vocale di Sugar è molto dolce e rilassato e si mette in evidenza sia in canzoni d’amore che in ottimi brani roots e notevoli ‘reality tunes’ come il lamento del ‘ganjaman’ arrestato da un poliziotto senza scrupoli in ‘Mr. D.C.’ il ‘do-over’ di ‘Ain’t that loving you’ di Alton Ellis che diventa subito un autentico classico della cultura del ghetto. I suoi sforzi di autoproduzione danno subito frutti straordinari e cioè l’album ‘Black Roots’ ed un album cruciale, ‘Ghetto-ology’ uscito in Inghilterra su Trojan.
La strada piu’ semplice sarebbe a questo punto appoggiarsi ad un produttore che riesce facilmente a vendere albums alle majors labels a caccia dei nuovi Marley e Tosh, ma Sugar invece stanco dello sfruttamento sistematico degli artisti da parte di produttori senza scrupoli impegna le sue forze allo sviluppo ulteriore della sua Black Roots e soprattutto di Ghetto Youth Promotion, una struttura il cui scopo e’ di cercare di convogliare nella musica le energie dei giovani di talento dei ghetti in cui anche egli stesso ha origine. Nel frattempo il reggae sta cambiando profondamente dal suo interno: ormai le dancehalls e la scena dei sound systems influenzano cosi’ fortemente la musica che gli artisti piu’ popolari devono la loro fama quasi esclusivamente alle loro gesta nelle dances ed i produttori emergenti sono quasi tutti proprietari di sound systems o persone strettamente legate a quella scena. Il ghetto quindi si ri-impossessa del reggae al tempo del ‘dancehall style’, musica fresca ed immediata, comunicazione orizzontale dove non c’è divisione nei ghetti tra artisti e spettatori: l’attivita’ legata alla dancehall diviene il punto focale del reggae. Per fare canzoni non serve quasi nemmeno piu’ la chitarra ma bastano un microfono, un giradischi e le centinaia di ‘versions’ memorabili che arrivano perloppiu’ dall’era del rocksteady e che gia’ il Rockers Style qualche anno prima aveva iniziato a saccheggiare. Se la versatilità di cantanti come Johnny Clarke, Cornell Campbell o Linval Thompson anticipa quello che dovrà fare in seguito un buon cantante dancehall, Sugar Minott è uno degli artisti che raccoglie meglio questa lezione.
Le studio bands del Dancehall Style quindi non fanno che reinterpretare ritmi classici con un nuovo stile ritmico più lento e frammentato, il cosiddetto rub-a-dub style: in questo modo contribuiscono, oltre ad incendiare le yards giamaicane nei primissimi anni ottanta a tenere viva la tradizione del reggae.
Tornando a Sugar, il suo nome e’ cosi’ legato al Dancehall Style negli anni ottanta da avere addirittura una responsibilita’ seria riguardo all’origine del termine ‘Dancehall’ come definizione di un genere musicale: una serie di concerti dei piu’ popolari nuovi artisti fu organizzata da Inner City Promotions a Kingston. La ’sigla’ ufficiale di questi eventi era ‘Dancehall we deh’ di Sugar Minott e per questo motivo questa importante serie di eventi fu intitolata semplicemente ‘Dancehall’ ed artisti ‘dancehall’ vennero chiamati i partecipanti a questa iniziativa.
Sugar Minott e’ a questo punto uno degli artisti reggae piu’ amati e la sua vulcanica attivita’ si sviluppa in varie direzioni: innanzitutto registra tantissimi singoli, sia autoprodotti che con altre labels, ad alimentare la febbre della dancehall. Molti di questi singoli sono ovviamente raccolti in vari albums importantissimi per capire la musica di questo periodo. I brani del periodo 1979-1985 sono sicuramente quelli per cui Sugar passera’ alla storia. Nel corso degli anni settanta l’industria musicale giamaicana ha creato importanti rapporti con Inghilterra, USA o Canada per espandere i mercati e creare opportunità economiche: quando in Inghilterra nasce il ‘lovers rock’, lo stile carico di soul molto apprezzato dalla componente femminile del pubblico, il dolcissimo flow vocale di Sugar è uno degli esempi da seguire ed il cantante si reca spesso a Londra per produrre musica adatta per il mercato locale e seguire accuratamente la distribuzione delle sue produzioni giamaicane.
In Inghilterra Sugar scopre il giovanissimo gruppo Musical Youth che arriverà all’enorme successo internazionale con ‘Pass the dutchie’, un rifacimento di ‘Pass the koutchie’ dei Mighty Diamonds. Nel 1981 la sua cover di ‘Good thing going’ dei Jacksons viene distribuita dalla RCA e raggiunge il quarto posto delle classifiche inglesi dei singoli.
Nel ghetto l’attivita’ con i giovani della Ghetto Youth Promotion, oltre alle produzioni discografiche, si concretizza nella formazione nel 1983 di un Sound System con lo stesso nome. Grazie ad una formidabile schiera di giovani artisti tra cui Nitty Gritty, Junior Reid, Yami Bolo, Don Angelo, Echo Minott, Tenor Saw e tanti altri (per inciso, molti di questi erano contesi tra i vari sounds) il Ghetto Youth Promotion sound si afferma come uno dei piu’ potenti sound system jamaicani, ed e’ protagonista di una epopea straordinaria di sound clashes, i piu’ memorabili dei quali contro Prince Jammys o Black Scorpio. Quando il dancehall reggae entra in confidenza con i suoni computerizzati lui e’ tra i primi ad utilizzarli sia nelle sue produzioni che nei suoi successi (su tutti ‘Herbsman hustling’ prodotta da Sly & Robbie sulla loro Taxi). Nonostante la sua grande popolarita’ internazionale Sugar Minott non ha mai allentato i suoi forti legami con i ghetti delle sue origini, rifiutando opportunita’ di successo e denaro pur di non abbandonare i suoi giovani protetti. Secondo alcuni molti giovani artisti legati a lui non hanno esitato invece a voltargli le spalle davanti ad opportunita’ di grande successo.
Nel suo album del 1983 ‘A lots of extras’ del 1983 collabora con Niney The Observer e con Channel One e durante gli anni ottanta e novanta oltre ad autoprodursi lavora con personaggi del calibro di Bullwackie, Mikey Dread e George Phang tra gli altri. Oltre alla già citata ‘Herbsman hustling’ i suoi hits maggiori del periodo sono ‘No vacancy’, ‘Jamming in the streets’, ‘Rub a dub sound’, ‘Buy off the bar’ e ‘Devil pickney’. Sugar è anche strumentale al lancio di nuovi producers come Donovan Germain e Fatis Burrell: per Germain offre una grande interpretazione nel singolo digital roots ‘Slice of the cake’ mentre per Burrell ha registrato i due ottimi albums ‘Run things’ e ‘Jah make me feel so good’ negli anni novanta. A causa della grande rapidita’ con cui gli stili e gli artisti si susseguono nella scena del reggae in generale e del dancehall reggae in particolare, in questi ultimi anni Sugar non ha prodotto grandi successi ma ha continuato la sua attivita’ con il suo sound system e con la diffusione su scala mondiale della sua musica e delle sue ristampe. Ha collaborato con Easy Star All Stars dando la sua magnifica voce a ‘Exit music for a film’ in ‘Radiodread’ e ‘When I’m sixty-four’ in ‘Easy Star’s lonely hearts dub band’.
Pier Tosi
Discografia Selezionata:
* The African Brothers: Collectors item (Uptempo) 1987
* Live loving (Studio One) 1978
* Showcase (Studio One) 1979
* Black roots (Island) 1979
* Bittersweet (Ballistic) 1979
* Ghetto-ology (Trojan) 1979
* Roots lovers (Black Roots) 1980
* Give the people (Ballistic) 1980
* African girl (Black Roots) 1981
* Good thing going (RCA 1981)
* Dancehall showcase (Black Roots) 1983
* With lots of extra (Hitbound) 1983
* Herbsman hustling (Black Roots) 1984
* Buy off the bar (Powerhouse) 1984
* Slice of the cake (Heartbeat) 1984
* Wicked a go feel it (Wackies) 1984
* Leaders of the pack (Striker Lee) 1985
* Rydim (Greensleeves) 1985
* Time longer than rope (Greensleeves) 1985
* Rockers award winners (w. Leroy Smart) (Greensleeves) 1985
* Inna reggae dancehall (Heartbeat) 1986
* Sugar and spice (Taxi) 1986)
* Double dose (w. Gregory Isaacs) (Blue Mountain) 1987
* Them a wolf (C&F) 1987
* Jamming in the streets (Wackies) 1987
* Dancehall ‘87 (Youth Promotion) 1987
* African soldier (Heartbeat) 1987
* Best of volume 1 (Black Roots) 1988
* S.Minott & Youth Promotion (NEC) 1988
* Lovers inna dancehall (Youth Promotion) 1988
* Ghetto youth dem rising (Heartbeat) 1988
* Sufferer’s choice (Heartbeat) 1988
* The artist (L&M)1989
* The boss is back (RAS) 1989
* 20 Super Hits (Sonic Sounds) 1990
* Smile (L&M) 1990
* A touch of class (Jammys) 1991
* Run things (Exterminator) 1993
* Ghetto child (Dreadbeat) 1994
* Happy togheter (Dreadbeat) 1994
* Breaking free (Dreadbeat) 1995
* Collector’s collection (Heartbeat) 1996
* International (Dreadbeat) 1996
* RAS Portrait (RAS) 1997
* Jah make me feel so good (Xterminator/JetStar) 1997
* Easy Squeeze (World Rec.) 1988
* Reggae Max (Jet Star) 1998
Produzioni Black Roots/Ghetto Youth Promotion:
* Hidden treasures (Easy Star) 1999
Per salvare Radio Black Out di Torino dallo sfratto
gennaio 26, 2010

Riceviamo da Radio Blackout di Torino e volentieri pubblichiamo:
Siamo quelli di Radio Blackout, siamo quelli che la sostengono, siamo quelli che la suonano, siamo quelli che la trasmettono, siamo quelli che montano e smontano i concerti, siamo ….. probabilmente ci conoscete.
Ma torniamo un po’ indietro ….. nel 1992 nasce il progetto Radio 2000 Blackout (associazione senza scopo di lucro). Il movimento della Pantera era finito da poco, era in pieno sviluppo il movimento delle occupazioni dei centri sociali e delle case. Read more
Alborosie & Shengen Clan + I.Eye @ Carrockponte Sesto S.Giovanni (22 luglio 2009)
luglio 23, 2009
RECENSIONE CONCERTO
(Alborosie al Sunsplash 2009: foto Tato Richieri)
La quarantesima data del tour europeo di Alborosie lo vede ritornare a Milano dopo due mesi quasi esatti dal suo concerto al Live Club di Trezzo D’Adda quando il tour era ancora all’inizio. Alla luce di ciò dobbiamo dire che Albo si conquista nettamente il titolo di ‘hardest working man inna the business’, visto che probabilmente è l’unico artista reggae ad esibirsi con questi ritmi in questo periodo. Il concerto fa parte di un festival nella bella cornice dell’Area Carroponte di Sesto S.Giovanni, una struttura industriale convertita a parco in cui l’ampio palco è sovrastato dallo scheletro di un capannone: nonostante Albo abbia già alle spalle numerosi concerti in Italia compresa la data al Rototom Sunsplash l’affluenza di pubblico è notevole, segno dell’interesse per l’italiano-giamaicano che resta altissimo dopo l’uscita del suo ottimo ultimo CD ‘Escape from Babylon’.
Mentre il flusso continuo di gente riempie l’area l’atmosfera è mantenuta frizzante dalla bella selezione di I-tal Sound, la crew responsabile di tantissimi eventi reggae nell’area di Milano negli ultimi anni.
Lo Shengen Clan prende il posto agli strumenti e l’MC annuncia l’inizio del set introduttivo di I.Eye, la giovane cantante giamaicana lanciata dalla sua recente combination con Albo: la manciata di brani che questa ottima vocalist esegue sono sconosciuti e probabilmente ancora inediti ma mettono in luce una ottima vena reggae-soul, una bella voce, una buona dose di grinta e eccellenti capacità interpretative. All’uscita di I.Eye i fiati completano l’organico del Clan ai loro posti un attimo prima che Alborosie faccia il suo acclamato ingresso. Appena il tempo di salutare il pubblico e testimoniare il sollievo di avere quasi raggiunto la fine del tour e la band parte in stile dancehall anni ottanta per fornire il propellente musicale al primo medley che comprende tunes come ‘Bad mind’ e ‘Better than me’.
Ci colpisce subito l’affiatamento dei musicisti del Clan che unisce con stacchi precisissimi e con varie prodezze le varie parti e la padronanza con cui Albo tiene il palco: tra l’altro mette in campo durante tutto il concerto nelle parti ‘deejay style’ senza alcuno sforzo un timbro ‘ruggito’ a metà tra Buju Banton e Louis Armstrong con ottimi effetti. Rispetto allo spettacolo dello scorso anno ci sembra che c’è più energia e le canzoni vengono accorpate assieme piuttosto che eseguite interamente.
La serie delle ‘ganja-tunes’ inizia molto presto con ‘Herbalist’ in evidenza e Alborosie si scaglia con decisione contro la politica razzista del governo italiano e la repressione in fatto di droghe leggere scatenando l’approvazione della massive. In questa prospettiva anche la nuova ‘No cocaine’ cattura subito il publico e necessità di un massiccio ‘pull up’. Tra i brani di ‘Escape from Babylon’ ricordiamo nella prima parte una vibrante resa di ‘I-Rusalem’ e la citazione di Horace Andy di ‘Money’: dobbiamo dire che ci saremmo aspettati più brani dall’ultimo CD in scaletta mentre la scelta è quella di bilanciare le nuove tunes con gli hits già più datati.
Uno spettacolo nello spettacolo è il batterista che traina il Clan con stacchi mozzafiato e varie parti suonate addirittura in piedi a fomentare il pubblico delle prime file. ‘Mama she don’t like you’ richiama in scena ovviamente I.Eye e diventa una della parti salienti del concerto con la band straordinaria ed un finale divertentissimo. Gli altri momenti impagabili del concerto sono stati sicuramente ‘Blessing’ con I.Eye al posto di Etana nel duetto e ‘fratello’ Ale Soresini degno ospite alla batteria ed il mega-hit ‘Kingston Town’ introdotto da un giro di fiati in stile ‘rocksteady’ a concludere alla grande il concerto.
Nonostante la stanchezza si faccia sentire Puppa Albo mantiene uno stato di forma invidiabile e mette in scena un grande spettacolo coadiuvato da una band sensazionale. Mentre qualcuno ci dice che aveva trovato lo show di metà maggio più energetico non possiamo fare a meno di notare che il cantante sta cogliendo i frutti dell’intenso lavoro con lo Shengen Clan sembrando più a suo agio sul palco ed aumentando l’intensità e la spettacolarità degli shows rispetto all’anno scorso. Chiudiamo con i complimenti per la scelta dei fiati nell’organico: nonostante l’utilizzo di questi strumenti dal vivo sia in declino nella scena reggae anche per motivi economici una buona sezione fiati da allo spettacolo un calore ed una timbrica che apporta allo spettacolo un notevole valore aggiunto. Abbiamo veramente apprezzato i ‘riffs’ e gli assoli di questi due musicisti che ad un certo punto hanno anche rievocato l’Aswad Horn Section di ‘Love fire’ in modo molto intenso.
Pier Tosi
(Un ringraziamento speciale a I-Tal Sound e Live Club)
ROTOTOM SUNSPLASH 2009: il consuntivo di Sunny Vibes.
luglio 21, 2009
(Bunny Wailer al Sunsplash 2009: foto Luca Sgamellotti)
Sunny Vibes si è riposato durante la sedicesima edizione del Rototom Sunsplash mentre vari contributi sui concerti e le sessions delle Reggae University apparivano direttamente sulla pagina principale ad opera di ottimi scrittori come David Katz, Klaus Winter e Pete Lily ed Ellen Kohlings della rivista Riddim. Dei problemi riguardanti gli eccessi di zelo di forze dell’ordine e corpi vari mandati da chi vuole fortemente sabotare il festival avrete sicuramente letto sul sito con i saluti finali del presidente dell’associazione che organizza il festival Filippo Giunta. Attenendoci a giudizi squisitamente musicali crediamo che il festival abbia avuto un bilancio notevolmente positivo con alcuni momenti assolutamente straordinari. Read more
Reggae Onde Radio 1: Vito War
aprile 23, 2009
Da oggi incominciamo ad occuparci con una serie di interviste anche di chi spinge la reggae music attraverso la radio in Italia. Nel nostro paese c’è una fitta rete di vitali trasmissioni radiofoniche sulla musica in levare che fanno del loro meglio per connettere il grande reggae e la scena locale delle bands e dei sound systems. Ovviamente non potevamo non iniziare dal mitico Vito War che quest’anno celebra ventun’anni on air su Radio Popolare, attualmente in network nazionale, con la sua storica Reggae Radio Station. Vito è uno dei maggiori punti di riferimento della scena reggae milanese ed italiana ed è anche molto popolare come dancehall selecter. Oltre che essere il più longevo programma radio reggae d’Italia Reggae Radio Station ha anche il primato del programma più lungo: facciamocelo spiegare da Vito stesso:
D. Come hai iniziato Reggae Radio Station nel 1988? E’ stato per caso o il frutto di un piano preciso?
R. Irie Irie Pier, Non si è trattato di un piano preciso ma magari di una serie di coincidenze. Partiamo con il presupposto che nel 1988 chi nutriva una vera passione per la reggae music e sentiva la voglia dentro di cercare almeno in quei tempi di proporre un nuovo suono era sicuramente una persona fuori dal coro.
Questi stimoli e questo stato d’animo hanno fatto si che io abbia organizzato in assoluto i primi eventi reggae live nel 1986 all’interno del Centro Sociale Leoncavallo nella sua sede storica appunto di via Leoncavallo e di aver costruito un piccolo ma accogliente spazio all’interno del Centro Sociale stesso chiamato “Flash It” dove organizzavo le prime serate in levare nella città di Milano. Ripensando ora a quei tempi devo dire che mi sento un vero pioniere.
La fatalità di cui ti accennavo prima e che in una delle serate si presentò Paolo Minella, un conduttore di Radio Popolare di Milano, e mi chiese se volessi condurre in combination una trasmissione appunto dedicata alla reggae music. L’occasione derivava dal fatto che in quel periodo un’altra fortunata trasmissione di radio Popolare e cioè “Bar Sport” condotta dalla Gialappa’s chiudeva i battenti e quindi si liberava uno spazio credo non molto ambito perchè si trattava di andare in onda la domenica notte tardi.
Naturalmente non ci pensai neanche un attimo e dall’inverno 1988 l’avventura nell’etere di Vitowar incominciò e cosi nacque Reggae Radio Station.
D: Ti ricordi che tipo di persone erano le prime a farti i complimenti ed a riconoscere la qualita’ del tuo lavoro in radio?? Ritrovi qualcosa di quel feeling in quelli che invece ti seguono assiduamente oggi?
R: Sicuramente le prime persone che si sono sintonizzate sulle frequenze di Reggae Radio Station e di conseguenza le prime anche a complimentarsi sono state coloro che assiduamente frequentavano le mie serate e che con il programma hanno potuto insieme a me anche allargare la conoscenza di molti artisti della scena reggae inglese e giamaicana. Voglio sottolineare che sia io che questi miei ascoltatori ci rendevamo conto che nello stesso periodo nascevano e si facevano spazio le prime reggae band italiane.
Molti anni fa i complimenti erano per così dire a pelle perchè le persone ti venivano a cercare fisicamente ed avevano molta voglia anche di scambiare opinioni e chiacchierare di musica e di artisti con il loro dj di riferimento. Ora con le nuove tecnologie sicuramente ricevo più complimenti via email ma rispetto agli scambi personali di quei tempi sono forse un po’ più freddi e meccanici
Questo è comunque il segno dei nostri tempi e direi che va molto bene anche così per quanto mi riguarda.
D: Parliamo nel dettaglio di Reggae Radio Station, un super-classico ascoltabile in tutta Italia grazie al digitale satellitare ed al network. Il programma va in onda su Radio Popolare: a che ora inizia?
R: Incomincio subito dopo il giornale radio delle 23.30 e vado avanti sino al mattino. Da un anno a questa parte lo slogan ufficiale è diventato ‘aspettando il sorgere del sole’. Più o meno mi fermo verso le sei ed ho preso questa decisione perché attraverso il podcast sono venuto a scoprire che molti mi ascoltano anche oltreoceano, molti italo-americani viste le differenze di fuso orario mi ascoltano dall’ufficio mentre invece qua vado in onda di notte. C’è gente che ascolta la prima parte, poi si deve alzare presto per andare al lavoro e riaccende la radio e mi ritrova in onda negli ultimi minuti. Devo dire con onestà che spesso uso a notte fonda degli inserti pre-registrati ma comunque do il massimo anche nelle registrazioni.
D: Quali sono i momenti migliori del programma dal tuo punto di vista o le cose per cui non smetteresti mai di fare reggae alla radio??
R: I momenti più belli di una diretta radiofonica sono sicuramente quando l’ascoltatore dimostra il suo apprezzamento su quello che stai proponendo intervenendo con chiamate, email o sms. Tutto ciò gratifica molto il mio lavoro in quel preciso momento e mi carica se possibile ancora di più. Pensare di smettere fino a che accade tutto ciò sarà ben difficile. Pier, considera che molti di noi sono in missione per conto di Jah. (scherzo)
D: Sei anche seguitissimo come dancehall deejay: quali sono le differenti emozioni tra essere in radio ed invece tenere caldo l’umore di una dancehall?
R: La differenza è ovviamente molta: alla radio posso e voglio trasmettere vibes che magari in una dancehall non credo possano avere lo stesso impatto emotivo però posso dirti che spesso e volentieri durante le serate ricevo richieste di tunes di artisti che ho proposto durante il programma e questo gratifica molto il mio lavoro come conduttore radiofonico.
D:Qual’e’ la ricetta vincente di Reggae Radio Station e cosa non deve mancare in un programma radio reggae?
R: Non deve mancare la voglia del conduttore di approfondire e poi far conoscere agli ascoltatori tutto quello che ruota intorno alla scena reggae essere aggiornato e proporre le novità senza mai però dimenticare le radici da dove tutto incominciò e soprattutto essere critico nei confronti di quello che si ritiene non in linea con gli insegnamenti dei padri di questo genere. Per quanto mi riguarda questi insegnamenti vanno al di la della musica e sono Rispetto, Fratellanza e Lotta per i propri diritti . E’ comunque sicuramente importante anche quello divertirsi il più possibile con la musica in levare.
D: Che consiglio dai di solito a chi si è da poco accostato al reggae per vivere al meglio questa passione?
R: Il consiglio che mi sento di dare e quello di approfondire la ricerca delle vibes e non fermarsi solamente all’aspetto superficiale del momento. Parlo direttamente ai lettori: con la possibilità che si ha in questi tempi andate a scavare soprattutto nel passato e scoprirete che sonorità che tanto ci piacciono oggi nella maggior parte dei casi hanno radici molto solide e abbinare suoni,cantanti, gruppi di un tempo con l’attualità almeno a me far venire sempre la pelle d’oca.
D: E che consigli dai invece a chi ha deciso da poco di diventare un reggae selector?
R: Di guardare sempre chi sta ballando: il deejay non ha lo scopo solamente a far sentire i dischetti che ha appena comprato o le tune che ha appena scaricato ma ha la responsabilità di divertire e far ballare la gente. E’ quindi opportuno cercare di dare una personale ed inconfondibile impronta alle selezioni che si propongono ma soprattutto fare in modo che il pubblico si diverta alle serate. In questo modo sicuramente chi si è divertito tornerà sempre più numeroso. Grazie Pier per l’intervista.
Un abbraccio a tutti i lettori e lunga vita al SUNNY. Ci vediamo al Rototom 2009!
Pier Tosi
VITO WAR TEN:
BOB MARLEY – One Love
MISTY IN ROOTS – Almighty
PETER TOSH – Get up stand up
ASWAD – Roots Rocking
GARNET SILK – Hello Africa
THE MAYTONES – Jamaica run things
JACOB MILLER – Tenament yard
DENNIS BROWN – Ghetto girl
GREGORY ISAACS – Night nurse
BLACK UHURU – Guess who’s coming to dinner







