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Julian Marley

gennaio 20, 2010

INTERVISTAdsc08882

Il 2009 è stato un anno importante per Julian Marley: il suo terzo CD ‘Awake’ ha mostrato una notevole maturazione facendone una delle voci più autorevoli della attuale famiglia Marley, un continuatore della tradizione paterna che non si limita ad imitare il padre ma cerca di percorrere vie originali. Anche se troppe volte le nominations dei Grammy Awards sono andate senza meriti effettivi ai figli di Bob Marley ci sentiamo di dire che la nomination di ‘Awake’ è ampiamente meritata. Tra l’altro tra i cinque nominati c’è anche ‘Mind control acoustic’ del fratello Stephen che ha dato una grossa mano alla produzione del disco di Julian. All’inizio di dicembre Julian è passato dall’Italia per un’unica data del tour promozionale di ‘Awake’ a Bologna, purtroppo suonando davanti ad una non adeguata cornice di pubblico. Prima del concerto ci ha rilasciato questa intervista:

D: Ho saputo che il tuo CD ‘Awake’ ha ricevuto la nomination per il Grammy come anche l’ultimo CD di tuo fratello Stephen…Potrebbe quindi essere una competizione tra voi due a questo punto…che ne pensi?

R: No, noi siamo della stessa famiglia, abbiamo le stesse radici, noi due e Junior Gong insieme ci chiamiamo Ghetto Youths ed è come se fossimo uno solo…se vincerò io vincerà anche Stephen e viceversa…

D: Direi che ‘Awake’ è il tuo lavoro migliore, il più maturo: puoi parlarmi dell’ispirazione che c’è dietro il disco e del tuo lavoro in studio?

R: Personalmente è il risultato di una volontà di fare canzoni di elevazione spirituale, ci sono canzoni sul lavoro di maturare giorno per giorno come ‘Trying’, canzoni come ‘On the floor’ sempre su fare diverse esperienze…ci sono suoni roots ma anche un’influenza dalle origini della dancehall e qualche spunto hip hop e R&B…L’idea che c’è dietro è quella di un risveglio spirituale e sociale…

D: Stai vivendo in Giamaica adesso?

R: Passo il mio tempo tra Miami, Londra e la Giamaica

D: Stavo pensando a ‘Violence in the streets’ e mi sembra tu stia parlando della tensione che non abbandona mai la Giamaica…è una combination con Junior Gong ed i suoi suoni ‘rubadub’ mi ricordano molto ‘Welcome to Jamrock’ così come l’argomento delle liriche…

R: Beh si, ma non parla solo della Giamaica, la violenza e la frustrazione sono una costante un po’ in tutto il mondo…potrebbe riferirsi all’Italia, alla Spagna, alla Francia e soprattutto all’America…Ovunque tu vada vedi i giovani rovinarsi la vita con la violenza e c’è bisogno di messaggi in opposizione a ciò. Il ritmo è molto potente come le produzioni di King Tubbys di quegli anni, lo stesso King Tubby è stato ucciso senza motivo nel ghetto, questa è una canzone sulla realtà…

D: Hai fatto tre CDs ed hanno varie cose in comune come la presenza di canzoni molto impegnate, ritmi roots molto forti e qualche esperimento al di fuori del reggae: dalla tua prospettiva quali sono le differenze tra i tre CDs?

R: Le differenze stanno nella mia crescita, nella mia maturazione…’Awake’ è il raggiungimento di un livello più alto rispetto ai primi dischi e questo è il frutto dell’eseprienza di imparare sempre più cose sulla musica, sul mondo e su te stesso…questo processo di apprendimento non finisce mai. L’importanza di ‘Awake’ sta anche nel fatto che per la prima volta la mia band The Uprising mi ha accompagnato in tutti i brani, negli altri albums c’erano una o due tracce suonate da loro. La mia volontà è stata quella di avere un suono personale da indossare come un abito, un suono riconoscibile come quando ascolti Bob Marley, Third World o Steel Pulse

D: Come i tuoi fratelli ogni tuo disco ha qualche incursione fuori dal reggae. Quali sono le tue influenze principali fuori dalla musica giamaicana?

R: Ascolto molto jazz e blues, funk ed hip hop…a volte ascolto anche musica italiana old school

D: Cosa intendi per old school?

R: Musica popolare con la fisarmonica, strumenti che ora non si unsano più…mi affascina molto il potere magico di far star bene della musica, anche se non ci sono parole, solo la musica…la musica è una terapia, ha un enorme potere, ascoltare musica mi fa sempre stare bene e mi spinge a creare qualcosa di nuovo a mia volta.

D: Parlando dei testi e della composizione quale sono le tue principali fonti ispirative?

R: Qualsiasi cosa, ogni esperienza positiva o negativa può colpire la mia ispirazione…scrivo di cose ‘conscious’ e la mia musica ha un potenziale commerciale limitato, parlo di chi ha fame e non può trovare cibo, cerco di diffondere un messaggio di unità perché senza amore ed unità avremmo solo negatività e distruzione, la realtà è dura e scomoda ma è ciò che colpisce di più…bisognerebbe abbattere le barriere. Oggi per esempio abbiamo percorso molti chilometri dalla Francia a qui e ho visto che non c’è acqua o altre significative barriere naturali che separano la Francia dalla Svizzera e dall’Italia, è sempre la stessa terra, anche se ci sono le montagne, e questo dovrebbe unire la gente…questo per esempio per me è un concetto che mi ispira, vorrei scriverci una canzone.

D: Parliamo di quando eri molto piccolo: sei nato nel 1975 e sei andato per la prima volta in studio nel 1980. Eri a 56 Hope Road?

R: Si, era solo per registrare un demo ed era la primissima volta che mi trovavo proprio dove viene fatta la musica. Ero arrivato da poco in Giamaica, la terra di mio padre ed ero con lui in studio dove creava musica, le sensazioni che provavo erano incredibili.

D: Probabilmente era lo stesso periodo in cui i Melody Makers registravano ‘What a plot’ o ‘Children playing in the streets’

R: Si, direi lo stesso periodo…

D: Quali sono i principali ricordi di tuo padre?

R: Non ho molti ricordi diretti perché ero piccolo, mi ricordo che eravamo a Londra e Bob si esibiva a Crystal Palace nel 1980 ed io ero nel backstage, ricordo distintamente di essere stato li tra i Wailers

D: Come musicista qual è il più importante regalio che ti ha fatto?

R: Il regalo più importante sono le parole delle sue canzoni e la sua guida, tutto il suo insegnamento viene dalla sua musica, le sue parole arrivano a milioni di persone ma noi le percepiamo come se fossero scritte per noi, per la nostra crescita personale e spirituale.

D: So che nei tuoi concerti reinterpreti canzoni di tuo padre ma non hai registrato nessuna cover su disco come hanno invece fatto i tuoi fratelli…

R: Non è una scelta che ho fatto io ma una guida divina…io canto ogni giorno le canzoni di mio padre, anche stasera lo farò, per me non è una scelta conscia ma il risultato della guida di Jah Rastafari

D: hai un rapporto molto forte con i tuoi fratelli Stephen e Damian e lavori a stretto contatto con loro: Stephen è il tuo produttore e hai spesso aperto i concerti dei Melody Makers e di Damian. Puoi parlarmi di questo rapporto speciale che vi lega?

R: Due giorni prima di partire giocavamo a calcio insieme nel cortile di 56 Hope Road e quello che siamo è una grande squadra che vince con il gioco di squadra.

D: So che Damian ha questo CD completo con Nas. Mi chiedevo se lo avevi sentito e se potevi anticiparci qualcosa?

R: Non posso dire niente di specifico perché Damian non mi ha dato il permesso. Posso solo dirti che questo è un disco esplosivo.

D: Chiudiamo sulla crisi nella musica. In Giamaica le vendite di vinile un tempo sempre floride sono crollate, la musica reggae viene piratata su internet…credi c’è qualcosa che si possa fare per risolvere questa situazione e tutelare la posizione di musicisti e produttori?

R: Per prima cosa quello che so è che c’era un periodo circa dieci anni fa in cui le strade per il reggae sembravano molto chiuse, soprattutto sulle grosse case discografiche. Questa tecnologia ha un aspetto positivo e ora puoi farti promozione da solo con internet aggirando le majors. Per me questo aspetto è veramente positivo. Io credo che le cose vadano fatte molto bene, con molta professionalità evitando il basso profilo che troppo spesso il reggae ha, lo stile del massimo guadagno con il minimo sforzo. Molta gente rispetta la buona musica ma c’è gente che non la rispetta e si dedica alla pirateria. Io non voglio innalzare barriere e credo che il reggae non abbia niente da invidiare ad altri generi piu’ visibili come per esempio l’hip hop. La popolarità della musica è fatta dalla sua esposizione, da quanto viene passata in tv e in radio, la forza del reggae è la capacità di liberare la mente e l’anima, stiamo vivendo tempi molto duri e solo il reggae può confortare adeguatamente lo spirito ed il cuore. Molta musica ti distrae per cinque minuti ma poi devi tornare alla realtà: il reggae parla di realtà e ti accompagna nella realtà…

Pier Tosi

Guarda la versione video dell’intervista su Vibes Channel a questo link

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